L'Editoriale

Per Draghi la guerra è qui in Italia

MARIO DRAGHI
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Per fortuna che dopo l’uscita della Merkel il leader più influente in Europa doveva essere Mario Draghi, rimasto a casa a fare il nonno ai nipotini discoli Salvini e Giorgetti che se le danno di santa ragione (leggi l’articolo), e a Mosca sfilano Macron e Scholz, con l’Italia non pervenuta nella crisi tra Russia e Ucraina, se non fosse per il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, oggi a Kiev per rafforzare il nostro sostegno con la Nato al Paese minacciato da Putin (leggi l’articolo).

Così tutte le balle raccontate col consueto provincialismo sull’italiano che doveva dare le carte al tavolo dei potenti si sono rivelate per quello che sono: veline interne utili a tenere a bada i partiti, e a far disturbare meno possibile il manovratore. Ma ora che l’auto-candidatura e il dilettantismo nella partita del Quirinale hanno messo in chiaro la debolezza di Mr. Bce, il premier sparisce dalla scena, non solo internazionale. Anche nella sua maggioranza, infatti, la situazione è sfuggita di mano.

Il Centrodestra è a pezzi, diviso tra chi (Forza Italia) si aggrappa a Mario nostro nella speranza che arrivi alla fine della legislatura e chi lo contesta apertamente, con la Meloni e soprattutto lo scontro fratricida nella Lega, dove il segretario traballa sotto i colpi dall’ala governista e dei governatori. Il Pd, ben attento a non approfittarne, sta alla finestra, dove peraltro lo spettacolo di babbo Renzi che bastona il giglio magico del figlio è sicuramente divertente.

Nei 5 Stelle Giuseppe Conte è formalmente sospeso dal ruolo di capo politico, ma non certo da quello di guida del Movimento, ricompattato nel condannare le menzogne del Presidente del Consiglio sulla responsabilità delle truffe col superbonus 110%. Una norma che ha rimesso in piedi l’edilizia e ha sostenuto da sola metà della crescita dell’anno scorso, quel +6,5% di cui proprio Draghi si vanta.

Certo, gli illeciti ci sono stati, ma solo per il 3% su questa misura, al contrario di altri incentivi sulle ristrutturazioni. Lo stesso premier, inoltre, avrebbe avuto tempo e modo di effettuare i controlli, o anche cambiare la legge, se solo se ne fosse occupato insieme agli uomini che ha piazzato in ognidove al Ministero dell’Economia, rimuovendo quelli scelti da Conte. Naturale che a Kiev vada Di Maio, mentre per Draghi il fronte è già a Palazzo Chigi.

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