L'Editoriale

Premio igNobel

Premio igNobel

Non era il rovesciamento di un tiranno, per esportare la democrazia in una dittatura, né la lotta al narcotraffico il motivo del sequestro lampo del presidente venezuelano Maduro ordinato dall’aspirante premio Nobel, Trump. Innanzitutto perché all’arresto (illegale) dell’erede di Chavez non è seguito, almeno formalmente, un regime change a Caracas. Al contrario, la vice presidente Delcy Rodriguez ha preso il posto di Maduro con il placet della Corte Costituzionale e il sostegno dell’esercito venezuelani.

Più che a un cambio di regime, quindi, siamo di fronte ad un cambio di leadership all’interno dello stesso regime. Come del resto dimostra la bocciatura da parte degli Usa di un’ipotetica transizione guidata da Maria Corina Machado, fresca di Premio Nobel per la pace, che ha accolto con dichiarazioni di giubilo il rapimento camuffato da arresto dell’ormai deposto presidente, avallando de facto l’uso arbitrario della forza, da parte degli Stati Uniti, in violazione dei più basilari principi del diritto internazionale. Ma non era neppure la lotta al narcotraffico, usata da paravento dell’operazione, il motore di questa esibizione muscolare rivendicata dagli Usa come grande successo militare. “Se vogliamo essere sinceri e seri, il Venezuela, parlando di narcotraffico, è l’ultimo dei Paesi sudamericani del quale interessarci – ha spiegato il Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri -. Perché la cocaina si produce in Colombia, Bolivia e Perù: che c’entra il Venezuela?”.

È stato del resto lo stesso Trump, che con i suoi metodi brutali ci ha risparmiato almeno quel velo di ipocrisia con il quale gli Usa dalla fine della II Guerra mondiale in poi hanno cercato di ammantare le peggiori nefandezze compiute negli ultimi ottant’anni, a svelare il vero motivo dell’invasione: “Gli Stati Uniti hanno bisogno di accesso totale al petrolio e a altre risorse in Venezuela”. E di fronte a questo stravolgimento dell’ordine mondiale, iniziato con il sostegno indiscusso ad Israele nel massacro dei palestinesi, proseguito a suon di missili contro l’Iran, lo Yemen e la Nigeria, fino all’operazione venezuelana, l’Europa non ha perso occasione per confermare la sua inconsistenza nello scenario internazionale. In bilico tra il vassallaggio e la cieca obbedienza agli Usa, dai quali hanno già subito senza battere ciglio l’imposizione dei dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e, per i Paesi membri della Nato, l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari che ingrasseranno l’industria bellica americana.

Nessuna condanna da Bruxelles e dai leaderini Ue per l’operazione illegale in Venezuela – tragicomicamente definita “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza” dalla premier italiana Meloni – che, Carta Onu alla mano, costituisce una palese violazione dell’articolo 2 paragrafo 4 (divieto dell’uso della forza se non in caso di un attacco armato già sferrato). Ma ora che Trump è tornato a rivendicare il possesso della Groenlandia, battente bandiera danese, che farà l’Europa di fronte ad un attacco arbitrario degli Stati Uniti contro un Paese Ue? Il doppio standard, quello dell’aggressore e l’aggredito, che vale per la Russia in Ucraina, ma non per Israele a Gaza e neppure per gli Usa in Venezuela, sta per presentare il conto. In caso di attacco diretto da parte di un nemico considerato alleato ad un’Europa con gli arsenali militari svuotati dal conflitto contro il nemico immaginario Putin, Trump potrà senz’altro candidarsi al prossimo Premio igNobel per la guerra. I leader Ue a quello per l’incapacità.