L'Editoriale

Spartizione di poltrone e sofà. La solita retorica per fucilare i 5S

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Se Paolo Mieli scrive di nomine pubbliche e partite di potere è inevitabile fermarsi a leggerlo. Pochi come questo signore conoscono la materia, visto che è entrato e uscito dalla direzione del Corriere della sera a seconda di come salivano e scendevano i poteri forti di sempre (Agnelli, Mediobanca, ecc.) e dell’epoca (Geronzi, condannato, Ligresti, finito in galera, e altri). Il suo racconto di come si è arrivati a scegliere i nuovi vertici delle società partecipate dallo Stato (Eni, Enel, Finmeccanica Leonardo, Poste, Terna, ecc.) è però metà banale e metà condito della solita retorica dei Cinque Stelle affamati di poltrone. E dire che anche un giornalista di primo pelo sa bene che tali nomine non si potevano congelare, sia perché le società ne avrebbero sofferto sui mercati, sia perché il Paese ha bisogno di ripartire e questo è più difficile se si lasciano nell’incertezza i manager dei suoi maggiori driver industriali.

Dunque la descrizione delle consuete nomine nei Cda come un’abbuffata di seggiole e sofà sembra tutt’altro che casuale, quanto diretta a fomentare l’idea che nel Movimento ormai si pensa solo al potere, facendo così un assist alla frangia più indignata per l’indicazione di alcuni nomi indigeribili, con in testa gli amministratore delegati di Eni e Finmeccanica Leonardo, Claudio Descalzi e Alessandro Profumo. Proprio sulle loro conferme si sta consumando una nuova frattura nei Cinque Stelle, capeggiata da Alessandro Di Battista e a cui aderisce un nutrito gruppo di parlamentari.

Un numero forse non sufficiente per far cadere il governo, ma sicuramente in grado di complicare la vita già non facile del premier. E dire che il ragionamento parte da una considerazione inappuntabile: come si può accettare al timone dell’Eni un manager imputato per corruzione internazionale? Invece però di prendersela col Pd e – diciamola tutta – col Quirinale che hanno blindato insieme questa casella, il bombardamento va sui Cinque Stelle che invece erano contrarissimi. Contrarissimi com’erano e come sono ancora sul Tav, nonostante sempre Mieli arrivi a fantasticare che abbiano cambiato idea.

LA FAVOLETTA DEL POTERE. Purtroppo il chiodo fisso di certa informazione che critica il potere ma poi ci va da sempre a braccetto, e ne è in ogni modo beneficiata, rimane quello di mettere fuori gioco il Movimento. Tanto che per restare allo stesso articolo di Mieli sul Corsera, l’unica considerazione sul capo azienda dell’utility capitolina Acea, Stefano Donnarumma, chiamato a guidare Terna, è che è stato indagato e prosciolto (senza spiegarne il motivo talmente infondato da aver fatto archiviare subito tutto) e non c’è spazio per ricordare che il manager scelto dalla sindaca Raggi ha fatto talmente bene da registrare i migliori bilanci di tutta la storia di Acea, e per questo adesso va a gestire una società di dimensioni più grandi, secondo un criterio di merito che ovviamente non si può attribuire ai 5S o a chi propongono loro.

GRAVE FRATTURA. Fatte le nomine, adesso il punto vero è scavare nella ferita aperte dalle nomine subite dai Cinque Stelle, e contro le quali era impossibile opporsi, in quanto non stanno al Governo da soli. L’ex banchiere Profumo che resta in Finmeccanica Leonardo, ma anche la nomina dell’ex ministra Guidi nello stesso Cda, hanno precise responsabilità, così come è un preciso merito del Movimento aver tolto la poltrona a personaggi come Gianni De Gennaro, capo della polizia durante i fatti del G8 di Genova e le torture nella scuola Diaz. E non finisce qui. Con alcuni limiti, la tornata di nomine che si è appena conclusa è di gran lunga più dignitosa e di livello rispetto a quelle precedenti, dove i Cda delle società pubbliche erano utilizzate per ricoverarci ex politici trombati, faccendieri e gente senza arte né parte.

Si è fatto, insomma, un altro piccolo ma significativo passo avanti verso una moralizzazione del Paese, e a cascata verso una maggiore competenza e qualità della cosa pubblica. È poco? si poteva fare di più? Forse, ma un Movimento che si pone all’opposizione di tutto, che non si sporca le mani, può ottenere di meglio? Se non vogliamo mentire la risposta è no, e per questo l’affondo di Di Battista e dei parlamentari che hanno aderito al suo appello arriva in un momento e nel modo sbagliato, indebolendo Conte che tra breve dovrà fare un gioco di prestigio per far passare in Europa quegli aiuti che tedeschi e olandesi non si sognano di darci.

REGALO AI SOVRANISTI. La propaganda della destra e dei trombettieri dei poteri forti di sicuro utilizzeranno a lungo questa tornata di nomine per raccontare ancora una volta che i 5 Stelle tengono famiglia come gli altri, pronti a spartirsi al potere come tutti, ma di gran lunga più subdoli perché si sono presentati come estranei a giochi di Palazzo. Una versione che raccontata da Mieli e dalla quasi totalità dei giornalisti che vanno in prima serata o sulle pagine dei grandi quotidiani sembra diventare certezza. D’altra parte chi squarcia un velo su una versione ben diversa a Porta a Porta & C. non può andarci. E il potere anche nell’informazione rafforza se stesso.

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