L'Editoriale

Sul binario c’è la politica industriale

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Diciamo la verità: a ridurre l’Italia come vediamo non è stato un popolo di incapaci e lavativi. Tiriamo la cinghia a causa dell’antica incapacità di produrre uno straccio di politica industriale. Il Paese è cresciuto spontaneamente, con lo Stato che foraggiava un po’ a destra e un po’ a sinistra la grande industria, indipendentemente dal settore, mentre migliaia di piccole imprese si inventavano la vita, per di più bastonate da fisco e burocrazia. Ora sta muovendo i primi passi un Governo che si definisce del cambiamento, e solo per questo sarebbe grottesco se non sostituisse un sistema anche di potere venuto su negli ultimi anni sulla base di fortissimi rapporti politici. Un esempio eclatante in tal senso è quello dei manager delle Ferrovie, confermati dal governo Gentiloni a tempo scaduto. Un manager bravo resta bravo sia col diavolo che con l’acqua santa. Ma proprio nel caso delle Fs il mandato dell’azionista è stato del tutto mancato. Il gruppo doveva mettere sul mercato un pezzo dell’Alta velocità per ridurre il debito pubblico, ma non è riuscito neppure ad avvicinarsi alla quotazione. In alternativa ha spinto una fusione con l’Anas, creando un nuovo carrozzone pubblico ancora più difficile da gestire. Fallimenti che si potevano perdonare se i servizi fossero migliorati. Ma i treni regionali e dei pendolari sono un disastro, mentre sulla sicurezza restano grandi lacune, come dimostrato da diversi gravi incidenti. Cambiare capostazione era dunque il minimo sindacale. E chi adesso parla di “innamoramento” dei 5 Stelle per le poltrone mente sapendo di mentire.

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