Alla fine, l’unico superstite delle purghe meloniane, che nel giro di ventiquattrore hanno portato alle dimissioni del sottosegretario Delmastro, della capo di gabinetto del ministero della Giustizia Bartolozzi e, dopo un lungo braccio di ferro, della ministra Santanchè, è il vero artefice della disfatta referendaria. Vale a dire l’estensore della riforma bocciata da quasi 15 milioni di italiani: il guardasigilli Carlo Nordio.
Intoccabile, benché primo responsabile della débâcle elettorale, per l’antico principio del Simul stabunt vel simul candent: fosse caduto lui, sarebbe venuto giù l’intero governo. Ma se con il maquillage della squadra Meloni si illudeva di restituire un minimo di credibilità al suo esecutivo agli occhi dell’elettorato, ieri un’altra grana è piovuta da Bruxelles sulla testa del suo ministro. Il via libera alla direttiva anticorruzione approvata dal Parlamento europeo, anche con i voti degli eurodeputati della maggioranza. Subito precipitatisi a spiegare che no, il testo non obbliga affatto a reintrodurre il reato di abuso d’ufficio che, tra i primi atti da ministro, Nordio aveva pensato bene di abolire.
Ma a sostenerlo sono solo le destre. “L’Italia dovrà obbligatoriamente reintrodurre come reato almeno due fattispecie, tra le più gravi, nell’ambito dell’abuso di ufficio”, ha chiarito la relatrice del provvedimento Raquel Garcia Hermida. Alle sue parole si sono aggiunte anche quelle dei presidenti dell’Anac, Giuseppe Busia, e della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso. Non so voi, ma quando si parla di giustizia, visti i precedenti, tra le due campane non avrei dubbi a quale credere.