L'Editoriale

Un segnale sbagliato alle mafie

Melillo
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Per chi non si fosse accorto che la lotta alle mafie non interessa più a nessuno, ieri ci ha pensato il Csm a ufficializzarlo. Alla curva finale per scegliere il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia l’ha spuntata Giovanni Melillo, battendo quello che nel sentire collettivo era il candidato naturale, Nicola Gratteri.

Facciamo qui una doverosa premessa: Melillo ha tutte le carte in regola e una storia che lo rendono degnissimo del nuovo ruolo, e l’accostamento col precedente di Giovanni Falcone superato dal più anziano ma meno esperto Antonino Meli è fuori luogo, perché stavolta la competizione era tra due pesi massimi del contrasto alla criminalità organizzata.

Ma c’è un ma, e chi si intende di fatti di mafia non può non notarlo. Gratteri, per le sue inchieste in prima linea, è un simbolo dello Stato che insegue senza tregua i clan. E le mafie vivono di simbolismi e messaggi tra le righe.

Qui la fedeltà alla cosca e la gerarchia sono regole imprescindibili, e se in un contesto organizzato come sono le nostre istituzioni l’elemento più esposto trova un muro a fermarlo, allora toglierlo di mezzo può tornare doppiamente utile, perché si neutralizza una minaccia e magari si fa pure un favore a qualcuno.

Perciò sarebbe bene non sottoporre mai i nostri campioni nella guerra ai boss a questi scontri diretti, definendo gli uffici senza tali duelli da cavalleria rusticana. Spettacoli di cui i mafiosi sono gli osservatori più interessati. E nonostante di mafie non si parla quasi più, è proprio quando regna la calma che le piovre prosperano. Se poi le rassicuriamo fermando i magistrati più temuti…

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