L'Editoriale

Uno sguardo più lungo sull’Europa. L’Ue sta cambiando. Ecco perché ci fa ben sperare

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Devo ringraziare l’ex vicedirettore e con me cofondatore di questo giornale, Marco Castoro, per avermi dato ancora una volta un prezioso spunto di riflessione. Preso dall’evidente nostalgia dei tempi in cui La Notizia bombardava quotidianamente l’Europa, ha ripescato una nostra prima pagina in cui beffardamente titolavamo “Paraculona” (si veda l’edizione dell’11 settembre 2015) sotto la foto della Merkel che si concedeva ai selfie nella folla manco fosse Salvini tra le sdraio del Papeete.

La Notizia di allora sosteneva apertamente le posizioni euroscettiche di 5 Stelle e Lega, mentre oggi solo quest’ultima forza politica appare coerente nella sua persistente opposizione a Bruxelles, al contrario nostro e del Movimento accusati di esserci piegati ai grandi poteri Ue. In realtà però le cose non stanno così, anzi! L’Europa con al timone Juncker, spalleggiato dai falchi del rigore sui conti pubblici, andava contestata come milioni di italiani hanno poi fatto giustamente, riempiendo di voti i due schieramenti populista e sovranista.

Perciò possiamo dire che in quella stagione il nostro giornale dimostrò di vedere più lungo di altri, anticipando un flusso che sarebbe cresciuto lentamente e che non era esattamente quello sostenuto dalla quasi totalità dei giornali e delle tv nazionali. Capimmo insomma dove stava un problema e dove andava il vento, esattamente come facciamo anche oggi quando spieghiamo ai nostri lettori che quell’Europa sta cambiando verso.

I motivi di questo cambiamento sono tanti, e i più palesi sono quelli contingenti di una stagnazione economica che ha contagiato persino la locomotiva tedesca, frenata dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina, rivelando che l’Unione europea è meno di un vaso di coccio tra due vasi di ferro. Ma c’è di più. I Paesi periferici, tenuti per anni alla larga dalla stanza dei bottoni, hanno preso coscienza della loro forza e oggi riescono a imporre alla direzione del Fondo monetario internazionale una loro candidata – la bulgara Kristalina Georgieva – riuscita a imporsi al capo-guardiano dell’austerità, l’olandese numero uno dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem.

Questo e molti altri segnali, compresa l’esiguità dei voti con cui è passata la presidenza della von der Leyen al Parlamento europeo, rivelano che in Europa si sta facendo largo la consapevolezza di attuare nuove politiche espansive e di condivisione, come d’altra parte ha detto chiaramente la stessa presidente della Commissione nel suo discorso d’insediamento. Con questa Europa si può dialogare, anche per cambiare le regole che non vanno e che non cambieranno mai limitandosi ad abbaiare alla luna dalle piazze o dai banchi di un’opposizione sterile com’è quella in cui si è relegata la Lega.

Un’analisi, questa, che non è facile da fare arrivare al grande pubblico, come anni fa non era facile spiegare il danno che stavano facendo Merkel e Juncker, ma presto o tardi i cittadini vedranno, ovviamente a patto che gli impegni su flessibilità e revisione dei trattati non si sciolgano come neve al sole. Un punto sul quale si può essere però fiduciosi, e non per l’illusione di un ravvedimento di chi in Europa ha sempre fatto i suoi interessi e non c’è dubbio che proverà a farseli ancora. L’ottimismo sul cambio di priorità – dai mercati, le multinazionali e la grande impresa ai servizi per i cittadini, il welfare e la sostenibilità ambientale – risiede in due argomenti testardi.

Il primo è che il cosiddetto establishment si è preso una bella paura per l’avanzata un po’ dappertutto delle forze euroscettiche, e si è reso conto che tenendo stretti i cordoni della borsa si rischia di fare danni inestimabili, a partire dal naufragio della stessa idea di Europa e a cascata della moneta comune. Il secondo fattore sta nelle munizioni di chi ha contrattato e continuerà a farlo con i poteri forti. Senza il voto determinate dei Cinque Stelle alla von der Leyn – per capirci – l’Italia avrebbe avuto il commissario alle frattaglie e non certo Paolo Gentiloni agli Affari economici. Una fiducia che se la presidente tradirà gli impegni sarà revocata. Ce n’è abbastanza per credere che la nuova Ue sarà diversa da quella di prima?

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