L'Editoriale

La nemesi del generale Vannacci

I tre quotidiani di un deputato leghista smontano il generale da febbraio. Poi la Supermedia dice che senza quel 7,1 non si vince.

La nemesi del generale Vannacci

Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.

Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza? La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.

L’archivio che nessuno rilegge

Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.

Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.

L’aritmetica che cancella gli insulti

Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.

Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.