Email, dal 29 ottobre cambiano le regole sui pixel invisibili: come sapere se una newsletter ti sta tracciando

Aprire una mail può comunicare al mittente molto più di quanto immaginiamo: se l’abbiamo letta, quando, quante volte e, in alcuni casi, da quale dispositivo. Dal 29 ottobre aziende, piattaforme e newsletter devono adeguarsi alle nuove regole del Garante Privacy sui tracking pixel. Ma cosa sono questi strumenti invisibili, quando serve il consenso e come possiamo proteggerci?

Email, dal 29 ottobre cambiano le regole sui pixel invisibili: come sapere se una newsletter ti sta tracciando

Apriamo una newsletter, diamo un’occhiata a un’offerta e la chiudiamo senza cliccare nulla. Nessun like, nessuna risposta, nessun acquisto.

Eppure dall’altra parte qualcuno potrebbe già sapere che quella mail è stata aperta.

Il merito o il problema è dei tracking pixel, minuscole immagini spesso invisibili inserite nelle email e utilizzate da aziende, piattaforme e sistemi di marketing per misurare ciò che facciamo dopo aver ricevuto un messaggio.

Dal 29 ottobre 2026 è scaduto il periodo concesso dal Garante Privacy per adeguarsi alle nuove linee guida italiane: informative, raccolta del consenso e sistemi di revoca devono rispettare requisiti più stringenti.

Cos’è un tracking pixel e perché non lo vediamo

Non bisogna immaginare una telecamera dentro la posta elettronica.

Un tracking pixel è normalmente una minuscola immagine caricata da un server remoto. Quando apriamo l’email e il programma di posta scarica quell’immagine, il server riceve una richiesta.

È quel passaggio a poter comunicare che il messaggio è stato aperto.

A seconda del sistema utilizzato, possono essere raccolte informazioni sull’indirizzo IP, il dispositivo, l’orario di consultazione e il numero di aperture. Il Garante precisa, inoltre, che questi strumenti non permettono, di per sé, di conoscere il contenuto delle nostre email personali.

La differenza è importante: nessuno sta “leggendo” la nostra casella attraverso un pixel, ma può essere osservato il nostro comportamento nei confronti di uno specifico messaggio.

Perché interessa così tanto alle aziende

Per chi invia migliaia o milioni di newsletter, sapere quante persone aprono una mail è prezioso.

Permette di capire se un oggetto funziona, a quale ora i clienti leggono maggiormente i messaggi e quali campagne generano più interesse.

Il problema nasce quando la statistica generale si trasforma in profilazione del singolo destinatario.

Se un sistema sa che Mario apre sempre le email dedicate ai mutui, ignora quelle sulle automobili e consulta ripetutamente un’offerta su un determinato prodotto, quelle informazioni possono contribuire a costruire un profilo commerciale.

Ed è qui che entra in gioco il consenso.

Quando il consenso è obbligatorio

Secondo il Garante, il consenso preventivo è normalmente necessario quando il tracking pixel viene utilizzato per misurare il comportamento del singolo destinatario, personalizzare le comunicazioni, modificarne la frequenza oppure ricavare informazioni su gusti, preferenze e interessi.

Il consenso deve essere libero, specifico, informato e inequivocabile e deve poter essere revocato facilmente.

Non tutti i pixel, però, sono automaticamente vietati senza consenso.

Sono previste eccezioni, per esempio quando vengono raccolte esclusivamente statistiche aggregate che impediscono di individuare il comportamento della singola persona oppure per esigenze strettamente connesse alla consegna delle email e al contrasto dello spam.

È proprio questa distinzione a impedire di riassumere la nuova disciplina con un semplice “i tracking pixel sono vietati”.

Non lo sono. È cambiato il modo in cui possono essere utilizzati.

Perché stanno arrivando nuove informative privacy

Qualcuno potrebbe aver notato nelle ultime settimane email che comunicano modifiche alle condizioni privacy o chiedono di aggiornare preferenze e consensi.

Non è necessariamente una coincidenza.

Il Garante aveva concesso sei mesi dalla pubblicazione delle linee guida, avvenuta ad aprile, per consentire agli operatori di adeguare i propri sistemi. Quel periodo è terminato il 29 ottobre.

Le aziende devono spiegare chiaramente che utilizzano tecnologie di tracciamento, per quali finalità e, nei casi previsti, raccogliere il consenso prima di utilizzarle.

Come capire se una mail contiene un pixel?

Qui arriva la parte meno rassicurante: spesso non possiamo vederlo.

Il pixel può essere trasparente, avere dimensioni minime o confondersi con la grafica del messaggio.

Esistono strumenti e impostazioni tecniche capaci di limitare il caricamento automatico delle immagini remote. Lo stesso Garante ricorda che, se il download delle immagini è disabilitato oppure il messaggio viene letto soltanto in formato testo, il pixel non viene scaricato e, quindi, non può svolgere quella funzione di tracciamento.

Questo non significa necessariamente dover trasformare ogni email in una pagina di solo testo.

Significa sapere che dietro la comodità di una newsletter ricca di immagini può esserci anche uno scambio di informazioni che normalmente non percepiamo.

Posso revocare il consenso?

Sì. Ed è uno dei punti centrali delle nuove regole: consentire un trattamento non significa autorizzarlo per sempre.

L’utente deve poter cambiare idea e revocare il consenso con modalità semplici, senza trovarsi davanti a un percorso più complicato rispetto a quello utilizzato per accettarlo.

È forse qui che la questione dei tracking pixel smette di essere un tecnicismo per addetti ai lavori.

Ogni giorno apriamo decine di email senza pensare che anche il semplice gesto di leggerle possa produrre dati.

Dal 29 ottobre quei dati non spariscono, ma chi li raccoglie deve essere molto più chiaro nel dirci che cosa sta guardando, mentre noi guardiamo una mail.