Energia, taglio delle bollette col trucco

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Stefano Sansonetti

La proposta è a dir poco elettrica. E rischia di far prendere una bella scossa se non viene maneggiata con cura. Il fatto è che il governo guidato da Matteo Renzi è già un bel po’ in ritardo nell’onorare una delle tante promesse fatte con toni roboanti poco dopo il suo insediamento. Parliamo del taglio del 10% delle bollette elettriche, con un alleggerimento di circa 1,4 miliardi di euro l’anno soprattutto per le piccole e medie imprese. E qui spunta l’ipotesi ad “alta tensione”. Sembra infatti che dalle parti del ministero dello sviluppo, guidato dalla “confindustriale” Federica Guidi, si stia facendo strada l’ipotesi di finanziare questo taglio con un ricorso al debito, ossia attraverso un’emissione obbligazionaria che potrebbe essere effettuata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Insomma, un marchingegno finanziario che la dice lunga sulla delicatezza della questione e fa intuire sullo sfondo il lavorio delle lobby.

Il progetto
Il piano di sviluppo del taglio è in mano al ministro Guidi e al suo consigliere per l’energia, Carlo Stagnaro, che in queste settimane hanno dovuto ricevere un po’ tutti i protagonisti della scena per raccoglierne suggerimenti e lamentele. Il dato certo è che si vuole garantire una diminuzione del costo della bolletta del 10% per un valore di circa 1,4 miliardi. Già, ma come procedere? E in quali tempi? Nessuno al ministero si nasconde che l’appuntamento con le elezioni europee è una variabile di non poco conto. Il meccanismo punta a operare il taglio, tra le altre cose, sulla componente della bolletta elettrica che finanzia le imprese del settore delle energie rinnovabili. Le quali, evidentemente, vedono come fumo negli occhi tutta l’operazione. Insomma, al ministero hanno deciso di aspettare lo svolgimento delle europee e di rimandare tutto a giugno, anche per non inimicarsi un settore proprio in prossimità delle elezioni. Detto questo, ci sono contrasti anche sul modus operandi. Allo Sviluppo Economico c’è chi crede che si debba procedere con un taglio, puro e semplice, con buona pace delle rivendicazioni delle imprese del comparto rinnovabili. Il resto degli incentivi al settore verrebbe spalmato su 28 anni (un po’ di più della durata ventennale delle attuali agevolazioni).

L’alternativa
Ma c’è anche chi crede che questo taglio da 1,4 miliardi possa essere finanziato con un’emissione obbligazionaria che avrebbe lo scopo di spostare soltanto più in là nel tempo l’erogazione delle risorse al settore delle rinnovabili. E chi dovrebbe emettere questi bond? Le ipotesi si vanno concentrando sulla Cassa Depositi e Prestiti, società controllata all’80% del Tesoro e per il resto dalle fondazioni bancarie, che ha il “pregio” di essere fuori dal perimetro del debito pubblico. Insomma, una sua emissione non contribuirebbe ad alimentare ulteriore debito. In alternativa, almeno così filtra, il bond potrebbe essere emesso da Terna. In realtà lo schema segue piuttosto fedelmente un piano a cui aveva lavorato l’ex ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, poi trasferito nelle mani del successore, Flavio Zanonato, e dell’allora capo del Dipartimento energia del ministero, Leonardo Senni. All’epoca si era pensato di far emettere il bond al Gse, il Gestore dei servizi energetici controllato dal ministero del Tesoro. Ma a quanto pare l’idea naufragò contro lo scoglio della Ragioneria generale dello Stato, che puntò l’indice proprio sulla creazione di nuovo debito. Nello schema di allora, peraltro, le emissioni obbligazionarie avrebbero dovuto prevedere una durata di 18-20 anni e un rendimento pari a quello dei titoli di Stato di pari durata. E così configurate, si sosteneva, avrebbero potuto suscitare l’interesse di istituzioni finanziarie, investitori istituzionali e degli stessi cittadini.

Lo scontro
Adesso lo schema si ripropone, con sullo sfondo uno scontro di non poco conto. Da una parte la “lobby elettrica” dei grandi operatori come Enel, Acea, Edison e via dicendo, che certo non guardano con ostilità a questo piano messo in cantiere dallo Sviluppo Economico. Dall’altra il mondo delle rinnovabili, che è già ampiamente in fibrillazione. Tra l’altro fonti vicine al progetto ministeriale stanno facendo notare che se proprio si volesse operare un taglio dei costi si potrebbe agire anche sui 300 milioni di investimenti pubblici programmati da Terna per lo sviluppo delle batterie, ovvero degli accumulatori dei surplus di energia prodotta da impianti rinnovabili. Per questo obiettivo è stata anche creata una società ad hoc, Terna Storage srl. Ma l’iniziativa è sempre stata vista come un’invasione di campo da operatori come l’Enel, che contestano l’eventuale accesso di Terna al settore della produzione che in realtà le sarebbe precluso.

Twitter: @SSansonetti