Epidemie, la polizia mandata allo sbaraglio

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di Carmine Gazzanni

I numeri del collasso sbarchi sono spaventosi. Basti un dato: tra aprile 2013 e aprile 2014 si è passati da 1838 clandestini a ben 13998 (+ 6000%). Ecco perché, davanti a numeri così preoccupanti, l’esistenza e l’attività di un’unità creata ad hoc è essenziale. Stiamo parlando della cosiddetta Uri (Unità Rapida d’Intervento), l’unità specializzata che ha l’obiettivo proprio di intervenire in via d’urgenza a sostegno degli Uffici Immigrazione delle diverse Questure d’Italia. Peccato però che, come ci dice Luisa Cicchetti, legale dell’associazione Assotutela che si sta occupando della questione, il prefetto Giovanni Pinto, direttore centrale dell’immigrazione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ha tutta l’intenzione di chiudere l’unità. Se nulla dovesse cambiare, infatti, l’Uri chiuderà entro settembre «senza alcuna motivazione effettiva vista l’emergenza immigrazione».

Guerra in divisa
Quella di Pinto, d’altronde, è una “guerra” che non nasce ora: fino a tre anni fa (con la precedente gestione del prefetto Ronconi) l’Uri contava ben 23 persone specializzate. Oggi ne rimangono 9, di cui 4 operativi (due alla questura di Siracusa e due a quella di Ragusa). E il resto? Trasferimento coatto. Si dirà: probabilmente in qualche reparto che abbia urgenza delle competenze di costoro. Difficile crederci dato che “sono stati trasferiti agli Uffici dell’Aeroporto di Fiumicino, con mansioni “controllo passaporti”». Non proprio la stessa cosa, insomma.

Rischio salute pubblica
Ma l’assurdo, come se non bastasse, è altro. I pochi rimasti infatti lavorano nelle peggiori condizioni e, soprattutto, contro quanto prescritto dalla legge. Secondo infatti le “Raccomandazioni per la tutela degli operatori delle forze di polizia dal rischio da esposizione ad agenti biologici” stilato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Viminale sarebbero obbligatori screening sanitari preventivi e successivi a tutela della salute dei poliziotti. Ma no. Per gli agenti Uri nessuna tutela. «I poliziotti in questione – continua la Cicchetti – impegnati nei servizi di terra per l’accoglienza e per il trasferimento degli immigrati, che pure direttamente vengono fatti salire sulle navi a primo e diretto contatto con i profughi, sono costretti ad operare in condizioni igienico-sanitarie inadeguate»: solo guantini in lattice usa e getta e mascherine prive di visiera, «laddove anche gli occhi possono essere veicolo di contagio». L’allarme, d’altronde, è stato lanciato anche direttamente dal Questore di Siracusa in una circolare: «i continui sbarchi nelle coste siracusane di clandestini che provengono da zone ove persistono condizioni socio-sanitarie scadenti e malattie allo stato endemico potrebbero far emergere problematiche di carattere sanitario legate spesso all’insorgere di malattie infettive e parassitarie».

Senza protezione
Insomma, poliziotti senza indumenti appositi previsti e senza ogni tipo di profilassi, esposti a malattie di contagio come la tubercolosi, meningite, scabbia e febbri emorragiche. Bestialità? Niente affatto: dalle notizie raccolte direttamente dai soggetti interessati, risulta accertata in svariate operazioni la presenza di un alto numero di migranti infetti. Nello specifico in una recentissima operazione di sbarco e trasferimento, su mille immigrati sbarcati, circa il 5% risultava aver contratto la scabbia. Una situazione insostenibile, dunque. Ecco perché, come ci dice il presidente di Assotutela Michel Emi Maritato, «non possiamo ammettere che chi non ha rischi venga strapagato, e chi in prima linea rischia la vita per difenderci venga esposto a rischi di salute e al rischio della propria vita per 1200euro». Un rischio concreto non solo per i migranti ma, a questo punto, anche per gli agenti che lo Stato dovrebbe tutelare. Senza dimenticare peraltro che ci sono famiglie, amici, parenti. E il contagio, con questo tipo di malattie, non è affatto uno scherzo.