I file Epstein raccontati dalla grande stampa italiana sembrano progettati per rassicurare. C’è il mostro, ci sono le vittime, ci sono alcuni potenti caduti in disgrazia. Manca quasi tutto il resto. Manca la struttura che ha reso possibile quel sistema per decenni, manca la funzione che Epstein ha svolto, mancano i beneficiari politici di quel silenzio.
L’origine del sistema: Epstein come risorsa, non come incidente
Eppure dai documenti emerge una traiettoria che difficilmente può essere spiegata come una sequenza di coincidenze. Epstein entra nel mondo dell’élite newyorkese nel 1974, assunto alla Dalton School senza laurea né titoli. A prenderlo è Donald Barr, ex ufficiale dell’OSS, la struttura che precede la CIA. Barr aveva appena pubblicato un romanzo distopico incentrato su un’aristocrazia che governa attraverso il controllo sessuale e la corruzione. Un dettaglio letterario che, letto oggi, somiglia più a un manuale che a una fantasia.
Il legame tra Epstein e la famiglia Barr attraversa i decenni. Quando Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di New York, la notte del 10 agosto 2019, il Dipartimento di Giustizia è guidato da William Barr, figlio di Donald e uomo di fiducia di Donald Trump. Epstein è solo in cella, il compagno è stato trasferito il giorno prima, le telecamere davanti alla sezione non funzionano, le guardie dormono e falsificano i registri. Il corpo viene rimosso prima dei rilievi completi. Barr parlerà di una “tempesta perfetta di errori”. La formula chiude la vicenda, non la spiega.
Accanto a Epstein opera Ghislaine Maxwell, condannata per traffico sessuale di minori. È la figlia di Robert Maxwell, editore britannico da tempo indicato come asset del Mossad e dell’MI6. Al suo funerale di Stato a Gerusalemme partecipano i vertici politici e dei servizi israeliani. L’allora primo ministro Yitzhak Shamir lo definisce un uomo che aveva fatto “più cose per Israele di quante se ne possano dire”. Maxwell muore cadendo in mare dal suo yacht nelle acque delle Canarie. Anche qui, un incidente archiviato.
Ghislaine eredita la rete di relazioni del padre e diventa il perno sociale del sistema Epstein: reclutamento, selezione, accesso. Secondo le ricostruzioni più solide, il sesso è lo strumento. Il ricatto è la finalità. Le informazioni raccolte servono a garantire influenza e protezione.
Israele, sorveglianza e potere: la notizia che non diventa mai notizia
Il capitolo israeliano è quello che più di ogni altro resta fuori dalle cronache italiane. Epstein investe circa 1,5 milioni di dollari in una joint venture con Ehud Barak, ex primo ministro e ministro della Difesa israeliano. Da lì nasce Reporty Homeland Security, poi Carbyne, una società che sviluppa sistemi di comunicazione di emergenza basati su video in tempo reale e geolocalizzazione. Il management è composto da ex vertici dell’intelligence militare israeliana, in particolare dell’Unità 8200. Tecnologia civile, sulla carta. Accesso diretto a dati sensibili, nella pratica.
Barak soggiorna più volte negli appartamenti di Epstein a New York, anche dopo la prima condanna del finanziere nel 2008. Epstein agisce da consulente, facilitatore, raccoglitore di capitali. Le mail mostrano un rapporto stretto, continuo, fiduciario. Questo intreccio, che lega pedofilia, sorveglianza e sicurezza nazionale, raramente diventa notizia.
Quando nei documenti compaiono riferimenti a Trump, l’attenzione mediatica si concentra sulla smentita e sul gossip. Passa in secondo piano il contesto. Epstein scrive che Trump è consapevole delle attività illecite. Emergono riferimenti a incontri con una minorenne legata all’entourage del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, definito da Trump “il mio dittatore preferito”. Sullo sfondo, indagini su possibili finanziamenti egiziani alla campagna elettorale del 2016.
Il quadro che ne esce è quello di una vulnerabilità strutturale. Leader esposti, alleanze cementate da segreti condivisi, politiche estere che si muovono dentro rapporti personali opachi. Gli Accordi di Abramo vengono celebrati come successo diplomatico mentre Israele intensifica occupazione e repressione nei territori palestinesi, senza che il sostegno statunitense vacilli.
La distrazione come metodo
Intanto la Palestina scompare dalle prime pagine italiane. Al suo posto domina il racconto sull’Ucraina, sul riarmo europeo, sul trasferimento di risorse pubbliche verso l’industria bellica statunitense. Anche qui, i file Epstein suggeriscono una continuità: la distrazione come metodo.
In Italia il silenzio pesa più delle parole. Gli stessi giornali che per anni hanno evocato il rischio di ricatto internazionale nel caso Berlusconi mostrano improvvisa cautela quando il ricatto riguarda Washington e Tel Aviv.
I file Epstein raccontano una lezione semplice e inquietante. Il potere non si limita a reprimere o a corrompere. Archivia, seleziona, oscura. E quando i giornali scelgono di raccontare solo ciò che non mette in discussione gli equilibri, diventano parte del sistema che dovrebbero osservare.