Etihad non cede di un passo, a vuoto cda di Alitalia

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di Sergio Patti

Settimane di attesa, ieri tre ore di consiglio di amministrazione di Alitalia e alla fine non è successo niente. La compagnia araba non cede di un passo e a quanto pare non ha proprio fretta di chiudere l’intesa per entrare nel capitale del vettore italiano. La risposta alla lettera con tutte le richieste arrivata da Dubai evidentemente non ha convinto l’acquirente, che resta fermo nelle sue richieste, a partire dalla riduzione del debito di Alitalia, oggi pari ad oltre un miliardo. Un salasso da centinaia di milioni per le banche, in testa Banca Intesa Sanpaolo e Unicredit, che dovrebbero rinunciare a circa 400 milioni. C’è poi il nodo degli esuberi. Gli arabi pretendono che Alitalia trovi la soluzione per mandare a casa tra duemilacinquecento e tremila dipendenti. E non è finita qui.

Sindacati in forte allarme
Sugli esuberi, resta in salita la strada che punta a ricollocare in alcune aziende pubbliche parte dei lavoratori coinvolti. Ipotesi ardita, anche se il ruolo di azionista di Poste (è appena entrata in Alitalia investendo 75 milioni di euro) lascia aperto uno spiraglio. Secondo fonti sindacali, parte del management di Alitalia starebbe invece cercando di chiudere un pre-accordo, proprio con i sindacati, che prevede la cassa integrazione a zero ore per mille e cento dipendenti. Opzione in grado di soddisfare le esigenze di maggiore efficienza chieste dalla compagnia araba. Il Cda di ieri ha preso atto anche della difficoltà nel realizzare un’altra delle richieste cardine di Etihad, e cioè una riorganizzazione radicale delle rotte, con un taglio per il medio-raggio, un rafforzamento dell’intercontinentale e un forte impegno sulle infrastrutture necessarie per valorizzare l’aeroporto di Fiumicino e ridimensionare Malpensa a vantaggio di Linate, dove è chiesto un riassetto regolamentare (cioè la liberalizzazione dello scalo e la riduzione degli spazi per le compagnie low cost). Opzione che ha scatenato le istituzioni locali, con la Regione Lombardia in prima linea contro un ulteriore svuotamento di Malpensa, a questo punto a un passo dal diventare una cattedrale nel deserto.