Affari atomici a Finmeccanica. Pronte testate per 12 miliardi. E a fare soldi pure le banche

di Carmine Gazzanni

È il 1975 quando l’Italia  firma il Trattato di non proliferazione nucleare. Undici articoli chiari nel loro intento che ruotano attorno a tre principi chiave: disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare. Peccato però che ogni Stato giochi la sua parte nel violare, giorno dopo giorno, sistematicamente il Trattato. Senza che nessuno dica nulla. Compresa l’Italia. È questo infatti ciò che emerge dallo scioccante rapporto “Don’t bank on the bomb” a cura dell’Ican, la compagnia internazionale per la messa al bando delle armi nucleari.

IL GIRO D’AFFARI – Basti questo: ogni anno si stima che la spesa mondiale per le armi nucleari superi i 100 miliardi di dollari. Una cifra colossale per assemblare nuove testate, modernizzare le vecchie e costruire missili, sistemi di lancio e tecnologie di supporto. Un capitale enorme che investe, manco a dirlo, anche il nostro Paese. Perché se è vero che il nostro esercito non dispone di testate nucleari, è altrettanto vero che non disdegniamo il guadagno quando è figlio della produzione di armi atomiche. Nel rapporto, infatti, c’è un elenco di istituti finanziari (“Hall of Shame”) che investono significativamente nell’industria del nucleare. Sono 382 in tutto, tra banche e fondi pensione, che consentono a 26 società in tutto il mondo di produrre e commerciare in atomico. E chi troviamo tra i “magnifici” 26? La nostra Finmeccanica, onnipresente quando si parla del connubio “soldi e armi”. Come denunciato dalle associazioni internazionali, infatti, il colosso italiano è legato dal 2013 alla produzione di testate destinate a far parte dell’arsenale francese e di un programma per la consegna di veicoli di supporto al missile balistico intercontinentale dell’esercito statunitense. Investimenti non secondari se si considera che nel complesso superano i 12 miliardi di dollari. Ma non è finita qui. Perché tra le 382 banche citate che investono nella produzione di testate atomiche, spuntano anche istituti di punta del sistema bancario italiano. Da Unicredit a San Paolo, da Monte dei Paschi alle Popolari di Sardegna, Emilia Romagna e Milano, fino al gruppo Ubi. Totale degli investimenti: 4 miliardi e 149 milioni di euro che vanno alle 26 società produttrici.

F-35 DI TRASPORTO – Né il territorio italiano è immune, come si potrebbe pensare, dalla presenza nucleare. Secondo quanto denunciato dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (Iriad), infatti, quest’anno gli Stati Uniti hanno investito qualcosa come 350 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni per potenziare e mantenere il proprio arsenale nucleare. Di questo capitale, 10 miliardi saranno utilizzati per la produzione delle testate nucleari tattiche B61, di cui 70 già sono sul territorio italiano nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre. Ne arriveranno altre, dunque. E chi trasporterà le testate? I nuovi F-35, 90 dei quali saranno acquistati dall’Aeronautica com’è stato confermato nella Manovra.

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