Floridia: “Il modello attuale è un disastro, alla Rai serve il Media Freedom Act. Va rotto il legame tra nomine e governo”

Parla la presidente della Vigilanza, Floridia (M5S), autrice del libro “C’era una volta la Rai”: “Il servizio pubblico deve tornare autorevole”

Floridia: “Il modello attuale è un disastro, alla Rai serve il Media Freedom Act. Va rotto il legame tra nomine e governo”

Presidente Barbara Floridia, nel suo libro “C’era una volta la Rai” lei racconta la crisi e la trasformazione del servizio pubblico in un’epoca dominata da piattaforme digitali e algoritmi globali. In questo contesto, quale dovrebbe essere oggi la missione della Rai per restare un presidio di pluralismo e qualità dell’informazione, evitando di diventare semplicemente un attore tra i tanti nel mercato dell’informazione?
“La Rai deve tornare a fare la Rai. Deve essere quel faro di riferimento democratico che garantisce verità e autorevolezza, non un megafono politico. Per dire che qualcosa fosse vero, una volta si diceva “lo ha detto il telegiornale”. Oggi succede il contrario: la politica occupa i palinsesti in maniera capillare, un’occupazione resa possibile dalla legge Renzi e mai così evidente come oggi. Così il servizio pubblico perde credibilità, diventando un attore tra tanti anziché un presidio di pluralismo”.

Negli ultimi mesi il dibattito sulla governance della Rai si è riacceso con accuse reciproche di occupazione politica del servizio pubblico. Dopo la sua esperienza alla guida della Commissione di Vigilanza, ritiene che il modello attuale garantisca davvero autonomia editoriale oppure pensa sia necessario ripensare radicalmente il rapporto tra politica e servizio pubblico?
“Il modello attuale è un disastro e va cambiato subito. Servono le regole del Media Freedom Act: rompere il legame tra nomine e governo, riportare il Parlamento al centro con maggioranze qualificate, e dire basta alle porte girevoli. Il servizio pubblico non può essere ostaggio delle beghe politiche della maggioranza, che usa il canone come arma. Le risorse devono essere garantite nel contratto di concessione, senza cali arbitrari. Così com’è, la strada è segnata verso la sanzione europea”.

Guardando allo scenario internazionale, con la guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente e un sistema internazionale sempre più instabile, quale ruolo dovrebbe avere l’Italia nel promuovere una linea di equilibrio e di iniziativa diplomatica all’interno dell’Unione europea e dell’alleanza occidentale?
“L’Italia dovrebbe fare come la Spagna di Pedro Sanchez: avere la schiena dritta, confermare l’alleanza con gli Stati Uniti, prendere le distanze dal regime iraniano, ma non cedere di un millimetro sul diritto internazionale e sulla diplomazia. Gli italiani dicono chiaramente “no alla guerra”. Inseguire le follie di Trump o Netanyahu, come fa Giorgia Meloni, è l’esatto opposto dell’interesse nazionale”.

Negli ultimi anni si registra un crescente distacco dei cittadini dagli strumenti di partecipazione democratica, compresi i referendum. Crede che questa crisi dipenda più dalle regole che li governano – come il quorum – o da una più generale perdita di fiducia nelle istituzioni e nella politica?
Il problema è la sfiducia nella politica. Anche io resto basita quando vedo ministri come Daniela Santanchè aggrapparsi alla poltrona nonostante tutte le ombre sul loro operato. Basta fare un giro sui social per vedere quanto basso sia il livello della politica italiana. La sfida più grande per l’opposizione è far tornare la fiducia laddove è stata perduta, e dimostrare che la politica può essere seria e responsabile”.

Entrando nel merito del referendum, ritiene che ci siano ragioni politiche e istituzionali solide per sostenere il “No”? Quali sono, a suo giudizio, i rischi principali che quel quesito potrebbe comportare per l’equilibrio del sistema democratico e per il funzionamento delle istituzioni?
“Il rischio principale è trasformare la magistratura in un’estensione del potere politico. Non è un’idea nuova: viene dalla P2, dalle ambizioni di Berlusconi, e ora Meloni vuole spingersi ancora più in là, picconando l’assetto democratico disegnato dalla Costituzione. Il 22 e 23 marzo sarà un passaggio storico: confido che gli italiani sapranno scegliere con responsabilità, proteggendo la democrazia dalle derive autoritarie”.