Fontana prova a difendersi in Consiglio regionale. Ma la pezza è peggio del buco: accusa Conte e Oms e cambia ancora versione sui camici

dalla Redazione
Politica

Quando si dice che la toppa è peggio del buco. Attilio Fontana stamattina si è presentato in consiglio regionale per spiegare tutto il clamoroso fallimento nella gestione emergenziale partendo dall’inchiesta che lo vedo coinvolto in merito alla fornitura di camici. “Ho riflettuto molto sull’opportunità di intervenire, per evitare di fare da cassa di risonanza a polemiche sterili e strumentali. Ma alla fine ho deciso di essere qui, non solo per riaffermare la verità, ma per voltare pagina“. Esordisce così in Consiglio regionale il governatore della Lombardia.

Ma ecco che il governatore invece che chiarire accusa altri e cambia versione. Innanzitutto lancia accuse contro l’Oms per aver sottovalutato la pandemia e contro il governo italiano per “non aver fornito informazioni adeguate”. Una situazione “paragonabile alla stagione di guerra” che non ha permesso di “trovare soluzioni ordinarie ai problemi”. È al termine di 10 minuti di premessa che Fontana arriva quindi al cuore dell’inchiesta condotta dalla procura di Milano. “Dei rapporti negoziali tra Aria e Dama spa non l’ho appreso fino al 12 maggio scorso, data in cui mi si riferiva che era stata concordata una fornitura a titolo oneroso“, spiega. Il 7 giugno scorso, invece, quando il caso esplose grazie alle inchieste del Fatto Quotidiano e Report, il leghista disse di “non sapere nulla” della procedura e rivendicò la sua “estraneità alla vicenda”. Oggi cambia linea: “Credo tuttora che si sia trattato di un negoziato del tutto corretto, ma ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare polemiche e strumentalizzazioni”.

Stando alle sue parole, dunque, la Centrale acquisti regionale appaltò effettivamente senza gara all’azienda del cognato Andrea Dini una fornitura di materiale medico da oltre mezzo milione di euro. Il pagamento quindi all’inizio era previsto, contrariamente alla tesi sostenuta dallo stesso Dini secondo cui si sarebbe trattato di un gesto benefico scambiato per fornitura a causa di un equivoco con i suoi dipendenti. Tutto, continua Fontana, si è fermato dopo il suo intervento. “Non posso tollerare che si dubiti della mia integrità e di quella dei miei familiari”, dice tra gli applausi dei consiglieri di maggioranza. “Regione Lombardia non ha speso 1 euro per quei 50mila camici”. Sta di fatto che Aria spa il 16 aprile stipulò un contratto a tutti gli effetti con Dama. Soltanto ieri, invece, in un colloquio con La Stampa Fontana parlava di “donazione” a cui lui stesso avrebbe voluto partecipare.

Ma ci sono anche punti su cui Fontana preferisce tacere. Nel corso delle indagini è saltato fuori un bonifico da 250mila euro partito dai suoi conti svizzeri – gli stessi che fino al 2015 erano gestiti da due trust alle Bahamas aperti dalla madre per amministrare oltre 5 milioni di euro di fondi e poi scudati – e destinato proprio al cognato (salvo poi bloccarsi a causa di un alert all’antiriciclaggio). “La magistratura sta ipotizzando una diversa ricostruzione relativa al mio coinvolgimento”, spiega Fontana, per cui “voglio solo dire che avevo considerato di alleviare l’onere dell’operazione, partecipando personalmente alla copertura di una parte dell’intervento economico”. In sostanza Fontana bonificò i 250mila euro come forma di risarcimento per il cognato, dopo aver bloccato il suo affare con la Regione. Si è trattato, continua, di una “decisione spontanea e volontaria“.