Fontana in fuga dai magistrati. Retromarcia sul camici-gate. Il governatore leghista indagato per frode in pubbliche forniture aveva chiesto di essere interrogato ma ha cambiato idea

ATTILIO FONTANA
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Dopo una lunga assenza, torna a far rumore l’inchiesta sul camici-gate in Lombardia. Come già successo in passato, a far rumore è l’ennesima giravolta del governatore Attilio Fontana che dopo settimane passate a chiedere di essere sentito dai magistrati, ha cambiato idea annunciando la rinuncia alla richiesta di interrogatorio. A darne notizia è il difensore del presidente della Lombardia, l’avvocato Jacopo Pensa, secondo cui “il presidente Fontana ritenendo evento utopistico che la Procura, dopo l’avviso di chiusura indagine, possa mutare impostazione accusatoria a seguito di un suo interrogatorio ha deciso di riservare le proprie difese alle fasi processuali successive di fronte a giudici terzi”.

E pensare che fino al 15 settembre scorso, ossia quasi due mesi dopo la chiusura dell’inchiesta che risale al 27 luglio (leggi l’articolo), sembrava pensarla in modo davvero molto diverso. Infatti proprio quel giorno, convinto di poter chiarire la sua posizione nonostante l’indagine fosse già stata chiusa, aveva depositato istanza, attraverso i suoi legali Pensa e Federico Papa, per essere ascoltato dai magistrati Luigi Furno, Carlo Scalas e Paolo Filippini. “La decisione del presidente Fontana di rinunciare alla propria richiesta di interrogatorio non sorprende. In Consiglio regionale siamo abituati alle sue assenze” e “ancora attendiamo le sue spiegazioni” tuona Massimo De Rosa, capogruppo del M5S in Lombardia.

ACCUSE PESANTI. Ma qualcosa nel tempo deve aver convinto il leghista al rumoroso dietrofront. Quel che è certo è che il camici-gate è uno dei fascicoli che, ormai da mesi, tiene in apprensione il governatore lombardo. Un’indagine in cui gli viene contestata la frode in pubbliche forniture in relazione alla vicenda dell’affidamento, da parte di Regione Lombardia, di una fornitura – da circa mezzo milione di euro – di 75 mila camici e altri dispositivi di protezione individuale a Dama Spa, la società di sua moglie e di suo cognato Andrea Dini che è indagato nel medesimo fascicolo. Stessa accusa che viene mossa anche nei confronti dell’ex direttore generale di Aria Spa Filippo Bongiovanni, di una dirigente della stessa centrale acquisti regionale, e – in ultimo – del vicesegretario generale del Pirellone Pier Attilio Superti.

Proprio quest’ultimi due, su loro richiesta, potrebbero essere sentiti nei prossimi giorni in Procura. Al centro dell’inchiesta c’è la fornitura di 75mila camici da consegnare durante la prima ondata del coronavirus. Di questi, tuttavia, ne sono stati consegnati solo 50mila perché nel frattempo, venuto a galla il conflitto di interessi, la fornitura fu trasformata in donazione. Per i mancati introiti, sempre secondo i magistrati, sarebbe intervenuto Fontana tentando un maldestro risarcimento al cognato con un bonifico di 250mila euro partito da un conto in Svizzera. Peccato che la toppa si sarebbe rivelata peggiore del buco perché, dopo una segnalazione dalla Banca d’Italia, l’operazione viene bloccata in quanto ritenuta sospetta.

Sostanzialmente, stando a quanto si legge nell’avviso di conclusione indagini, i magistrati sono certi di avere le prove dell’esistenza di un “accordo collusivo intervenuto” tra Dini, patron di Dama spa, “e il cognato Fontana”, “con il quale anteponevano all’interesse pubblico, l’interesse e la convenienza personali del Presidente di Regione Lombardia” che da “soggetto attuatore per l’emergenza Covid” si “ingeriva nella fase esecutiva del contratto in conflitto di interessi” sull’ormai nota fornitura trasformata in donazione. Non solo.

Per i pm, la frode nella pubblica fornitura sarebbe stata messa in atto “allo scopo di tutelare l’immagine politica del Presidente della Lombardia, una volta emerso il conflitto di interessi dovuto ai rapporti di parentela” con il titolare di Dama spa, società di cui la moglie di Fontana, Roberta Dini, aveva una quota del 10%.

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