Alla frontiera della vergogna polacca. Dove l’indifferenza uccide come la fame. Colloquio con l’attivista italiana per i diritti umani, Cavazzini: “Non sappiamo quanti cadaveri ci siano in quei boschi”

Silvia Cavazzini si è unita a un team di volontari partito alla volta della Polonia. "Non sappiamo quanti cadaveri ci siano in quei boschi".

“Una linea fatta di infiniti punti, di infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o restare dall’altra”.

Alla frontiera della vergogna polacca. Dove l’indifferenza uccide come la fame. Colloquio con l’attivista italiana per i diritti umani, Cavazzini: “Non sappiamo quanti cadaveri ci siano in quei boschi”

NELLA TERRA DI NESSUNO. Sono state le pagine de La Frontiera di Alessandro Leogrande a rivelare la strada a Silvia Cavazzini (nella foto). Sono state quelle pagine scritte da quel grande giornalista tarantino che ci ha lasciati troppo presto a convincere lei, trentenne milanese, a spendersi per aiutare gli ultimi in uno di quei luoghi del pianeta in cui i ricchi alzano muri e recinzioni per respingere quei poveri primogeniti di un benessere che si fonda sullo sfruttamento delle risorse, delle braccia e delle faide che affliggono il sud del mondo.

Silvia si è unita a un team di volontari italiani partito alla volta della Polonia in risposta all’appello pubblico di Nawal Soufi, attivista per i diritti umani che collabora ormai da anni con la Guardia Costiera italiana e che in queste settimane sta coordinando parte degli aiuti ai migranti che si trovano sui due confini. Ha raccontato su Facebook (qui il suo profilo) quello che vedeva con i suoi occhi poi è tornata a Milano per continuare a raccontare e contribuire a tenere accesi i riflettori su quel confine.

“Mentre ero lì, a 5 km dal confine con la Bielorussia – spiega – ho aggiornato quasi quotidianamente i miei social network. L’ho fatto soprattutto perché prima di partire avevo aperto una raccolta fondi personale che è andata molto bene (quasi 5mila euro in due settimane), mi sono sentita in dovere di spiegare alle persone che avevano dato un loro contributo come venivano spesi i soldi che avevano donato”. Silvia è andata dove l’Europa non fa l’Europa permettendo al governo di Mateusz Morawieck di creare una “zona rossa” interdetta a giornalisti e organizzazioni umanitarie ma non ai cacciatori, che possono entrarvi per sparare ai cinghiali mentre chissà quanti uomini, quante donne e quanti bambini si nascondono in quei boschi.

CHIAMATE D’EMERGENZA. “La situazione sembrava migliorare nell’ultima settimana di novembre, ma dal 3 dicembre, purtroppo, tutto è precipitato nuovamente: decine di persone hanno cercato di entrare in Polonia perché a Minsk si stanno organizzando dei voli di rimpatrio verso Siria e Iraq e le forze di sicurezza bielorusse fanno rastrellamenti nelle città. Non sappiamo quanti cadaveri ci sono in quei boschi”. Dall’altra parte del “fronte”, in quella Polonia in cui centinaia di opere pubbliche espongono la targa “finanziato con i fondi della Comunità Europea”, la situazione è altrettanto drammatica.

“Le persone che si trovano in Polonia contattano il numero di emergenza di Nawal – un numero attivo da molto tempo, dagli anni del soccorso in mare – e la avvisano che stanno morendo di freddo nella foresta. A loro lasciamo scatole con dentro vestiti, sacchi a pelo, power bank per i telefoni, cibo, farmaci, tutto sempre fuori dalla zona rossa. Il nostro aiuto, purtroppo, si può limitare solo a permettere loro la sopravvivenza nella foresta: poi i migranti continuano per la loro strada”. E ci sono stati degli incontri, fatti o sfiorati, che rimarranno per sempre nella memoria di Silvia.

“La prima notte in cui io e il mio gruppo eravamo alla frontiera, il numero di emergenza ha ricevuto il messaggio di un ragazzo di 30 anni che stava per morire assiderato. Nawal ci ha chiesto di parlarci per tenerlo sveglio. Derubato dalle guardie bielorusse di sacco a pelo e vestiti, da 48 ore vagava senza una meta nella foresta. Quando è riuscito a contattare i gruppi di soccorso, abbiamo visto che si trovava a circa un’ora e mezza di viaggio e ciò ci rendeva impossibile raggiungerlo. A quel punto si sono attivati altri volontari che hanno risposto all’appello. Dall’una alle quattro e mezza gli ho parlato per non farlo addormentare. Gli ho mandato delle foto in cui ero in moto e lui – che era partito dal Kurdistan iracheno – mi ha raccontato che ne aveva una simile e che se l’era venduta per pagarsi il viaggio. Prima dell’arrivo dei soccorsi, mi ha detto che voleva solo trovare un posto dove non ci fosse la guerra e in cui poter vivere serenamente”.

Per molti superare la frontiera – una frontiera fatta di muri e fili spinati o di acqua salata – vuol dire salvezza. Una salvezza che troppo spesso si ottiene pagando un prezzo altissimo, che spesso è figlia di violenze, vessazioni, umiliazioni, soprusi. “Abbiamo portato vestiti, borse e cibo a una famiglia di curdi iracheni (madre, padre e tre bambini) che ha passato trentotto giorni nei boschi: trenta giorni in Bielorussia e otto in Polonia. Erano da poco stati accolti in una casa popolare: sia la madre che uno dei figli erano arrivati in Polonia in condizioni critiche. Le guardie Bielorusse, dopo averli affamati lasciandoli senza acqua e cibo anche per tre giorni di fila, li avevano letteralmente lanciati oltre il filo spinato per mandarli dall’altra parte.

TERRA DI MEZZO. La donna aveva provato ad opporsi perché il figlio aveva dei gravissimi problemi alle mani dovuti al gelo, ma i militari l’hanno presa a calci fino a farle avere un’emorragia interna. Dopo averla fatta curare li hanno spediti in Polonia, dove sono stati ammessi perché il bambino di otto anni sta rischiando di perdere l’uso delle mani. La Polonia in questo momento sta perdendo tutte le cause che Nawal Soufi e altri stanno aprendo alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e non può permettersi ulteriori danni d’immagine”. Pacchi lasciati a chi si nasconde nei boschi, cingolati, militari, fili spinati, cadaveri anonimi che si fondono con il terreno. Scene che i più anziani ricordano in tempo di guerra.

E chissà: forse la memoria di quelle trincee e di quella fame ha illuminato le finestre di chi rischia il carcere per dare un tetto a chi sfida la fame, la sete e il freddo per trovare una vita migliore. Su una delle tante linee fatte di infiniti punti, di infiniti nodi, infiniti attraversamenti che separano il nord e il sud del mondo, si possono incontrare madri prese a calci da militari e motociclisti senza moto che sognano strade senza mine e cadaveri, ma anche luci verdi come la speranza che ci ricordano che l’uomo può essere anche qualcosa di straordinario. E la frontiera, ci insegna Leogrande, è sempre nel mezzo.

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