Gare al massimo ribasso. Così si strozzano i fornitori. Anche i gruppi pubblici stanno imponendo condizioni folli. E le aziende vincitrici sono costrette a rifarsi sui dipendenti

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di Carola Olmi

Si scrive massimo ribasso. Si legge sfruttamento dei lavoratori. Ecco come in Italia alcune grandi imprese stanno aggiustando i loro conti strangolando letteralmente il mercato del lavoro. In tempi di crisi – si dirà – le aziende devono fare i loro interessi in ogni modo. Purché si resti nella legalità. Quando però le imprese sono pubbliche o participate con quote rilevanti dallo Stato, certi sistemi diventano inaccettabili, oltre che in aperto contrasto con le intenzioni sempre dichiarate dall’azionista: rispettare i diritti dei lavoratori, a partire da un equo compenso. Tutto il contrario di quello che stanno facendo quei gruppi industriali che chiedono ai fornitori di accettare ribassi mostruosi.

IL CASO ENEL
La Notizia si è occupata ad esempio dell’Enel, società che adotta una procedura bizantina per partecipare alle sue gare. Bandi di decine di pagine, necessità di iscriversi pagando a un elenco dei fornitori, obblighi perentori per chi offre beni e servizi. Poi invece l’azienda cambia i bandi in corso di gara (si veda La Notizia del 14 ottobre scorso, con i dettagli sulla gara per gli eventi) e li trasforma in aste dove per vincere si devono accettare condizioni antieconomiche. Capita così che le aziende pur di fatturare accettino incarichi sui quali dovranno poi realizzare per forza economie supplementari. E dove è più facile stringere la cinghia? Ovviamente sul capitale umano. L’inchiesta di Presa Diretta, su Rai Tre, dove si documentavano i metodi con cui vengono reclutati i venditori porta a porta, pagati anche 200 euro al mese per più di otto ore di lavoro al giorno, è l’emblema di una realtà che certi manager di Stato fanno finta di non vedere.

FINTI CIECHI
Non serve essere laureati a Oxford per capire che le imprese riuscite ad aggiudicarsi una gara sottocosto poi non hanno scelta e devono risparmiare dove possono, magari non pagando regolarmente i loro dipendenti e collaboratori. Capita così che mentre un certo buonismo ci faccia indignare per i poveri bambini sfruttati in India dalle multinazionali della moda, in Italia a un passo da noi ci sono top manager, riveriti e ossequiati, pur creando le condizioni per un identico sfruttamento. L’unica differenza è che a farne le spese non sono ignoti lavoratori dall’altra parte del pianeta, ma italiani costretti ad accettare lavori pagati una miseria. E dire che il sistema del massimo ribasso – peraltro vietato in tante gare pubbliche – in certi casi può essere anche una valida soluzione. Se si vuole un’auto per circolare in città non serve che faccia 200 all’ora. Ma se si tratta di pagare i giusti stipendi, risparmiare non è capacità manageriale, ma un reato.

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