Gentiloni incassa la fiducia alla Camera con 368 voti a favore. Oggi la palla al Senato dove la maggioranza sarà sempre in bilico

dalla Redazione
Politica

In un’Aula letteralmente dimezzata dall’assenza dei deputati del Movimento Cinque Stelle e della Lega, con la pattuglia dei verdiniani che non ha votato, è andato in scena il primo tempo della fiducia al Governo Gentiloni. Una fiducia che si è fermata a quota 368 voti. Dieci in meno rispetto a quanti ne incassò il 25 febbraio del 2014 Matteo Renzi. Un via libera tiepido come del resto sono apparse tiepide le parole dello stesso Paolo Gentiloni che oggi ha esordito a Montecitorio rivendicando “il grande lavoro che abbiamo fatto, i risultati che ci vengono riconosciuti a livello internazionale e di cui siamo orgogliosi”.

Parole piatte – Se il buon giorno si vede dal mattino, il secondo tempo che si giocherà oggi al Senato, nella migliore delle ipotesi, sarà dello stesso tenore. Numeri sempre risicati a Palazzo Madama ma ancora più ballerini con il venir meno dei senatori che fanno capo a Verdini e che, in prospettiva, non sono affatto rassicuranti per la tenuta del Governo. A maggior ragione per questo Governo, sbertucciato da primi secondi di vita come esecutivo telecomandato ed eterodiretto dal segretario dem. Una vulgata che, tra l’altro, il neo premier non ha fatto niente per smentire nei fatti. E veniamo proprio al disco verde arrivato dalla Camera. Un via libera fragile e senza entusiasmi, in un clima da quasi rassegnato tirare a campare. Ma quest’atmosfera è stata indotta innanzitutto da Gentiloni, prima con la scelta dei ministri (con ben 13 riconferme del precedente governo Renzi) e poi con le parole che ha pronunciato in Aula. Un discorso che in pratica è stato né più né meno che un suggello della strada che ha deciso di imboccare: quella dell’assoluta continuità con il suo predecessore, in barba al cambio di passo sancito dall’esito referendario. Con le sue parole, tra l’altro, ha suscitato pure più di un brusio tra i banchi di Montecitorio soprattutto quando ha detto che “L’Italia ha un’economia forte” e “non è aperta a scorribande con un sistema bancario sostanzialmente solido”. Un solo sussulto si è registrato quando ha annunciato di voler fare di più su due temi, Sud e classe media disagiata. E poi quando ha rimarcato – chiaro riferimento al M5s assente – la necessità di “farla finita con questa escalation di violenza del dibattito politico”, sottolineando come “Il Parlamento non sia un social network”. Per il resto parole tiepide, se non piatte, condensate in poco più di un quarto d’ora. Ancora nel segno della celerità: il vero segno distintivo di questo Governo, dalla gestione lampo della crisi al giuramento. E forse chissà alla sua stessa fine. D’altronde Gentiloni stesso ha parlato di esecutivo “di responsabilità” che durerà “fin quando avrà la fiducia del Parlamento”.

Voci contro – Le opposizioni, è evidente, hanno avuto gioco facile. A cominciare da Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera che ha parlato di “discorso imbarazzante” e di “un governo che nasce già morto”. Per poi escludere anche qualsiasi tipo di soccorso azzurro pure al Senato per il neonato Esecutivo. Tranchant, nelle dichiarazioni di voto prima di abbandonare l’Aula insieme ai suoi colleghi, infine, la capogruppo M5s, Giulia Grillo: “La sfiducia è già stata votata da milioni di italiani. Noi rispettiamo loro e vi lasciamo a questo vostro patetico teatrino”.