Giustizia ferma al medioevo. Vanno limitati i ricorsi d’appello. Parla l’ex pm del pool Antimafia, Di Lello Finuoli: “Gli interessi di legali e toghe frenano il cambiamento”

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

“È la struttura della Giustizia che è obsoleta. Però fino ad ora nessuno l’ha voluta davvero modificare perché siamo stretti da una tenaglia composta da avvocati e magistrati”. A parlare è l’ex magistrato Giuseppe Di Lello Finuoli, uno dei componenti storici del pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che sa bene quali siano le storture della Giustizia italiana.

Ci sono 1,5 milioni di processi pendenti nel penale e 3,4 milioni nel civile, cifre peraltro in linea con quelle degli ultimi anni. Siamo di fronte a una vera e propria emergenza, non crede?
“Certo che si. Il problema principale è l’Appello perché in altri Paesi, in particolare quelli anglosassoni, questo è solo eventuale tant’è che le corti supreme fanno poche centinaia di sentenze all’anno. Invece in Italia la Cassazione smaltisce più di 30mila processi all’anno. Tanto per farle capire, un magistrato tedesco fa 50 sentenze l’anno, uno italiano 50 le deve fare in un mese. Ma c’è un altro grande problema”.

Prego.
“Noi siamo passati da un sistema inquisitorio, quello del vecchio codice, a uno accusatorio di tipo anglosassone. Di questo modello però non abbiamo recepito tutto e lo abbiamo zavorrato con residui del nostro vecchio sistema. Pensi che il nostro è l’unico paese al mondo in cui uno può fare ricorso contro una sentenza di patteggiamento. è assurdo”.

In passato sono naufragati tanti tentativi di riforma. Ora sta per provarci il ministro Bonafede. Su cosa dovrebbe puntare il guardasigilli?
“Nel campo penale bisogna affrontare il problema di petto. Quindi l’assoluzione in primo grado dovrebbe chiudere il processo. Mentre in caso di condanna, si andrebbe avanti come sempre. Va riformato seriamente il sistema degli appelli perché deve essere possibile ricorrere ma ciò non deve avvenire in automatico. Qualcosa di analogo deve accadere anche nel civile. Sto facendo sogni ad occhi aperti perché ci manca la mentalità dato che qui c’è la tenaglia di avvocati e magistrati che vogliono che tutto rimanga così com’è, specie i primi che da questo sistema farraginoso hanno tutto da guadagnare perché alla fine porta alla prescrizione”.

Alla riforma del processo penale è subordinata l’entrata in vigore, nel 2020, della sospensione della prescrizione dopo il primo grado. Se salta la prima salta anche la seconda. Le due cose devono viaggiare insieme?
“Sicuramente si. Vede la prescrizione è un altro macigno della giustizia italiana. È bene chiarire che non è vero che se si interrompe la prescrizione i processi durano in eterno. Al contrario, ciò succede perché c’è il miraggio della prescrizione. Quanti imputati la tirano lunga perché sperano di ottenerla? Ma se dopo il primo grado questa finisce, è ovvio che l’imputato non vorrà spendere soldi per inutili rinvii. Insomma a conti fatti la prescrizione è quella che allunga i procedimenti”.

L’eccessiva durata dei processi è causa di continue condanne nei confronti dello Stato. In tutto ciò, a parte le carenze degli organici, hanno delle colpe anche i magistrati?
“C’è un po’ di tutto. A partire dal sistema medievale delle notifiche e dell’organizzazione. Pensi al fatto che ogni imputato ha diritto a due avvocati e quando uno non si presenta, salta l’udienza. È inverosimile. Tutte tattiche che ritardano la Giustizia in modo grave. Per questo credo che, in un certo senso, i pm stessi sono vittime perché è il processo penale ad essere fasullo. Se noi guardiamo al processo Andreotti, per un solo imputato e con una sola imputazione, è durato cinque anni in primo grado. Se lo sapessero, gli altri Paesi si metterebbero a ridere”.