Gli affari prima di tutto. Ecco perché la crisi del Golfo è destinata a rientrare. Parla l’economista Fabio Scacciavillani, al vertice del fondo sovrano dell’Oman, in un’intervista al mensile del sindacato Unsic, Infoimpresa

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Alla fine l’incidente diplomatico tra i Paesi del Golfo rientrerà. Il fatto è che il vero interesse che accomuna tutti gli interpreti di quella zona è rappresentato dagli affari. E a medio termine questo interesse prevarrà sulle attuali schermaglie tattiche, con le quali sicuramente alcuni Paesi vogliono mettere il Qatar sull’attenti, ma senza una vera intenzione di escluderlo dal business. “Al di là delle rivalità secolari tra le due sponde del Golfo Arabico, una volta compreso che un conflitto permanente non conviene a nessuno, la tensione in Medio Oriente tenderà a stemperarsi”, spiega l’economista italiano Fabio Scacciavillani, ai vertici del fondo sovrano dell’Oman, nel corso di un’intervista a Infoimpresa, mensile del sindacato autonomo Unsic (www.unsic.it), sulla situazione del Medio Oriente. Secondo Scacciavillani “con il prezzo del petrolio su livelli poco esaltanti le risorse servono per diversificare e rilanciare l’economia non per alimentare gli arsenali pagando assegni da centinaia di miliardi a Trump. Esistono ampi spazi per trovare un modus vivendi non appena gli animi si saranno placati”.  Gli screzi tra Paesi del Golfo, prosegue l’economista, “hanno un regime carsico, ma con il tempo si ricompongono perché gli interessi comuni sono molto più forti dei motivi di contrasto”. Che si fossero addensati malumori più o meno giustificati verso il Qatar “era noto da tempo, soprattutto per l’incauto supporto dato da alcune fazioni qatarine a gruppi come i Fratelli Musulmani”. Per questo “gli altri Paesi dell’area hanno voluto segnalare, probabilmente con l’assenso di Washington, che eventuali ulteriori ambiguità di Doha non verrebbero tollerate”.

LO SCENARIO
Il tutto mentre “l’attentato a Teheran è un colpo di coda dell’Isis che sta per perdere Raqqa e cerca di infliggere più danni possibili prima dell’ineluttabile fine, sperando di alimentare le frizioni tra Arabia Saudita e Iran, che nella lotta al Califfato hanno obiettivi, tutto sommato, convergenti”. Riguardo all’Europa, l’economista italiano cresciuto a Chicago, con esperienze al Fondo monetario internazionale, alla Banca centrale europea e a Goldman Sachs, e da anni nei Paesi arabi (prima in Qatar alla Gulf organization for industrial consulting, poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat, dove lavora al fondo sovrano dell’Oman), ritiene che l’influenza economica del vecchio continente nel Medio Oriente sia ancora notevole: “Le imprese europee stanno ritornando in forze anche in Iran dopo la fine delle sanzioni per rivitalizzare un’economia formata da quasi novanta milioni di persone. Ma siccome dal punto di vista militare l’Unione europea rifiuta ruoli di primo piano, politicamente conta sempre meno”. Per questo secondo l’economista “il modo più intelligente per rilanciare il ruolo del Vecchio Continente a sud del Mediterraneo potrebbe essere la firma di un trattato di libero scambio, come quello che gli Usa hanno stabilito con l’Oman. Per metterla in termini brutali, nel mondo contano i soldi o le armi. L’Europa deve mettere sul piatto almeno una delle due (e possibilmente entrambe) se vuole ottenere influenza”. Insomma, alla fine la situazione in Medio Oriente si ricomporrà. Ma questo non è sufficiente per le ambizioni Ue.