Gli aiuti al Sud finiti in truffa

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di Fausto Tranquilli

Con la Cassa del Mezzogiorno sono stati bruciati milioni di fondi pubblici senza risollevare realmente il tanto martoriato Sud d’Italia, con la legge 488 del 1992 la situazione non è cambiata. Una norma varata per aiutare gli imprenditori intenzionati a investire nelle aree depresse del Paese, per garantire la crescita economica e lo sviluppo occupazionale, diventata oggetto di innumerevoli truffe, sfruttata da uomini d’affari o sedicenti tali per incassare somme enormi senza poi realizzare neppure un laboratorio artigiano, o limitandosi a lasciare qualche scheletro in giro, fabbriche mai ultimate e mai entrate in funzione, con costosi macchinari piazzati sul mercato nero albanese o marocchino. Piaga annosa, che non è stata sanata da decine di inchieste e arresti. La novità è che anche quando i raggiri sono noti, quando finiscono sotto i riflettori della stessa Antimafia, lo Stato è incapace di recuperare il maltolto, facendo finire tutto in prescrizione, come è appena accaduto in provincia di Bari.

La norma e i raggiri
La legge 488/92 prevedeva contributi a fondo perduto e finanziamenti a tassi agevolati per le imprese nelle aree depresse d’Italia. Gli imprenditori dovevano presentare un progetto, dimostrare di avere una certa solidità economica, che i lavori promessi li stavano effettuando, che investivano del loro capitale, e ottenevano i fondi. A garantire il sistema dovevano provvedere le banche incaricate dell’istruttoria. Quella che sembrava la grande chance per il Meridione si è rivelata però ben presto una grande truffa, andata avanti dal 1992 al 2007. Centinaia di milioni sono stati concessi soltanto grazie ad atti falsi e controllori compiacenti. E per recupeare quel denaro? Un inferno.

Una storia esemplare
Uno degli esempi eclatanti di tale situazione, che ha fatto perdere un fiume enorme di denaro al Ministero dello Sviluppo Economico, è quello di un finanziamento ottenuto da un’azienda produttrice di salotti di Cassano delle Murge, in provincia di Bari, la “Eurosoft”. Tale società ha chiesto nel 2000 2,2 milioni di euro per realizzare un nuovo impianto, ottenendo l’ok poi soltanto per 900 mila euro e incassandone effettivamente 612 mila. Nell’ambito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bari, la Guardia di finanza ha però appurato che non era stato fatto nulla di quanto previsto e che il finanziamento la ditta l’aveva ottenuto grazie a una serie di falsi e di artifizi per aggirare le norme. A capo della società, per un periodo, è stato poi messo anche un sorvegliato speciale, particolare che per la normativa antimafia non avrebbe consentito all’azienda di percepire un centesimo di finanziamento pubblico. L’inchiesta è iniziata nel 2004 e nel 2006 tutti i raggiri scoperti sono stati messi nero su bianco dalle Fiamme gialle, in un’informativa, trasmessa due anni dopo anche alla Corte dei Conti della Puglia.

Crediti scaduti
Una volta che la truffa viene scoperta il denaro ottenuto in maniera illecita dovrebbe essere restituito, o comunque dovrebbero essere attivate tutte le procedure per ottenerne in fretta la restituzione. Così non è stato. La “Eurosoft” e due dei legali rappresentanti alternatisi alla guida dell’azienda, Rosanna Capozzolo e Michele Dimantova, sono stati citati a giudizio dagli inquirenti contabili soltanto il 1 giugno dello scorso anno. Nel corso del processo, in cui la ditta e i due imprenditori erano stati chiamati a risarcire al Ministero ora retto da Flavio Zanonato 612 mila euro, le difese hanno sollevato l’eccezione relativa alla prescrizione. Troppo il tempo trascorso dall’erogazione del finanziamento al momento in cui è stata chiesta la condanna per danno erariale. Il risultato? La citazione per Dimantova è stata dichiarata dalla Corte dei Conti della Puglia inammissibile e le richieste fatte a “Eurosoft” e Capozzolo prescritte.