Gli egiziani ammettono che Regeni era pedinato ma fanno finta di non sapere chi lo ha torturato e ucciso. Per il Cairo l’inchiesta italiana è basata su false conclusioni illogiche

GIULIO REGENI
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“Il Procuratore generale ha annunciato che per il momento non c’è alcuna ragione per intraprendere procedure penali circa l’uccisione, il sequestro e la tortura della vittima Giulio Regeni, in quanto il responsabile resta sconosciuto”. E’ quanto ribadisce in un comunicato la Procura generale egiziana in merito alla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, per la quale, il 10 dicembre scorso (leggi l’articolo), la Procura di Roma aveva chiuso le indagini contro agenti dei Servizi egiziani.

Il Procuratore del Cairo Hamada Al Sawi torna a ribadire di aver “incaricato le parti cui è affidata l’inchiesta di proseguire le ricerche per identificare” i responsabili ma “esclude ciò che è stato attribuito a quattro ufficiali della Sicurezza nazionale a proposito di questo caso”. “Vista la morte degli accusati, non c’è alcuna ragione di intraprendere procedure penali circa il furto dei beni della vittima, il quale ha lasciato segni di ferite sul suo corpo”, aggiunge il comunicato riferendosi ai cinque componenti della “banda criminale” specializzata in rapine a “stranieri”, “tra i quali un altro italiano oltre alla vittima”, ricorda la nota.

Il gruppo fu sgominato in uno scontro a fuoco con forze di sicurezza al Cairo il 24 marzo 2016 e le autorità egiziane sostennero che nel loro covo furono trovati documenti di Regeni, tra cui il passaporto, ma la versione non convinse gli inquirenti italiani. Già nel comunicato congiunto del 30 novembre con la Procura di Roma, quella generale egiziana aveva avanzato “riserve sul quadro probatorio” che, a suo dire, è costituito “da prove insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio”.

“Tutto ciò che l’autorità italiana ha evocato” circa “i quattro ufficiali e sott’ufficiali del settore della sicurezza nazionale egiziana” indagati per l’uccisione di Giulio Regeni “è basato su false conclusioni illogiche ed è contrario a tutti i fondamenti giuridici internazionali e ai principi del diritto che necessitano la presenza di prove certe nei confronti dei sospettati”. “Le autorità italiane – scrive ancora l’ufficio di Al Sawi – hanno fatto il collegamento fra prove ed atti in maniera scorretta”, circostanza “che ha causato una percezione difettosa degli eventi e una perturbazione della comprensione della natura del lavoro degli ufficiali di polizia, delle loro procedure e della natura dell’inchiesta compiuta sul comportamento della vittima”.

Dunque Regeni, come riferisce la stessa Procura generale del Cairo nella nota, fu pedinato da agenti segreti egiziani ma non torturato come sostengono invece le conclusioni dell’inchiesta della Procura di Roma. La Procura generale egiziana conferma di aver indagato il ricercatore italiano in seguito alla denuncia del capo degli ambulanti Mohamed Abdallah ma precisa che l’inchiesta è stata fermata senza arrestarlo perché il comportamento di Regeni, pur “non conforme” alle sue attività di ricerca, non costituiva “alcun crimine”.

Nel comunicato diffuso oggi le autorità egiziane ritengono, inoltre, immotivata l’organizzazione di un processo in Italia, osservando che imprecisate “parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare” il caso Regeni “per nuocere alle relazioni” tra i due Paesi. A prova di questa tesi è indicata la tempistica del ritrovamento del corpo, la scelta del giorno del sequestro, il 25 gennaio, e del ritrovamento del cadavere, il 3 febbraio, proprio durante una missione economica italiana al Cairo.

“Una mezza ammissione e insieme un altro vergognoso tentativo di depistaggio. Le autorità egiziane ammettono dopo 5 anni, e dopo che lo ha già dimostrato la Procura di Roma, che pedinavano Giulio Regeni. Ci spieghino perché. Il Governo Italiano pretenda chiarimenti” scrive in una nota il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto.