Gli italiani ripudiano la guerra. Conte l’ha capito, Draghi invece No. Il politologo Revelli: opporsi al riarmo paga nei sondaggi. “Fa effetto vedere un premier col coltello tra i denti”

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Una linea vincente, quella di Giuseppe Conte, contro le spese militari. Premiata dai sondaggi e che coglie le richieste degli italiani. Mentre Draghi, “il banchiere con il coltello tra i denti”, persegue la strategia dell’emergenza per provare a tenere insieme la maggioranza. Trascinando con sé il Pd, che diventa da “partito della pace” a “partito della guerra”. Il politologo Marco Revelli analizza le dinamiche di consenso innescate dal conflitto in Ucraina.

Il Movimento 5 Stelle risale nei sondaggi. È l’effetto dell’impegno di Giuseppe Conte contro le spese militari?
“Al livello di massa l’uscita bellicosa, e costosa, del presidente del Consiglio Draghi non piace. C’è una condivisione delle politiche di pace e un’avversione alla guerra da parte degli italiani. Il conflitto non piace anche perché si scontra con le condizioni di difficoltà delle famiglie e delle imprese per cui sarebbe necessario un sostegno economico alla popolazione invece di scegliere l’asservimento a una linea bellicosa. Per questo vengono premiate le forze che si fanno interpreti di questa resistenza della popolazione a una politica dissennata”.

Il M5S ha colto gli umori popolari?
“Si è messo in maggior consonanza con un sentire diffuso della popolazione. Draghi sì è focalizzato sull’aumento massiccio della spesa militare, ponendolo addirittura come un elemento qualificante dell’azione di governo”.

Crede che la strategia di Conte, tesa a spegnere gli ardori bellici, sia importante per favorire una de-escalation?
“Un atteggiamento più riflessivo, e meno radicalizzato nella direzione bellica, non è solo di buon senso, ma è necessario per il buon funzionamento della democrazia. In questo modo la rappresentanza politica è più allineato al sentimento collettivo”.

Di contro il Pd, schierato sulla linea di Draghi, rischia di calare nei consensi?
“Per adesso non è indicativo il calo di qualche decimale. Ma sicuramente Letta ha assunto posizioni belliciste e ha preso in contropiede il popolo della sinistra. Il Pd era considerato, per tradizione, come un partito della pace. Invece oggi è identificato come il partito della guerra, che indica l’invio delle armi come strumento principale per risolvere questa crisi. È un vulnus nella storia del Pd”.

I partiti di centrodestra erano molto vicini politicamente alla Russia di Putin. Quanto può impattare la guerra sul loro consenso?
“Il costo rischia di essere alto, Confindustria constata che i danni saranno pesantissimi per le imprese. C’è un tessuto di relazione con la Russia che viene lacerato ed è un costo che gli Stati Uniti non pagano, perché percepiscono i maggiori dividendi di questa guerra. Al di là della solidarietà del momento e della condanna dell’aggressione, il peso economico si fa sentire. I partiti di destra guardano ai conti in tasca alle persone”.

Quindi Salvini e Meloni assumono una linea più prudente per capitalizzare il consenso?
“La destra, con pragmatismo, valuta l’aspetto economico. Per questo è meno disposta a scendere in trincea”.

E Draghi può uscire rafforzato dalla dinamica bellica?
“Draghi sta ballando su due emergenze. Ha potuto capitalizzare l’emergenza sanitaria, perché questo governo è nato per affrontarla. Oggi tende a utilizzare l’emergenza bellica. Lo fa quando lancia i messaggi demagogici sul sacrificio dei climatizzatori spenti per favorire la pace. Fa un certo effetto vedere un banchiere con il coltello tra i denti”.

Per far salire il livello di tensione?
“In questo modo richiama il Paese all’union sacrée in una congiuntura di guerra. C’è una nuova emergenza, in cui ognuno deve rinunciare ai propri punti di programma in nome del bene comune. Ma è una strategia logora, che si scontra con un sentimento diverso dei cittadini. E non so quanto sarà utile a tenere insieme i bordi, un po’ slabbrati, di una maggioranza che dal punto di vista dei contenuti scappa da tutte le parti”.

C’è infine una dinamica sorprendente, come la crescita di partiti anti-sistema, come Italexit, dato sopra il 2 per cento?
“Il clima bellico produce anche l’effetto della radicalizzazione. La guerra è dopamina, è incendiaria, è un eccitante. Quindi rafforza le posizioni avverse. Per questo le guerre iniziate per dare ordine si sono trasformate, in molti casi, in rivoluzioni”.