Gli Usa contro la Corte penale internazionale: spetta all’Ue la difesa dei giudici

L'amministrazione Trump contro la Corte penale internazionale, l'Ue deve reagire riaffermando i i principi alla base della civiltà giuridica.

Gli Usa contro la Corte penale internazionale: spetta all’Ue la difesa dei giudici

Sono senza fine gli atti da novello Maramaldo di Trump. Non solo c’è stato l’ennesimo tradimento dell’Ucraina, lasciata sotto i bombardamenti dei civili e svenduta per un pozzo di petrolio russo (e la metafora è calzante per l’effettiva disponibilità del greggio per il mercato statunitense). Ma dopo il conferimento del Premio Nobel per la pace alla giudice internazionale Navi Pillay, è arrivato  anche l’ultimatum espresso tramite il segretario di Stato americano Marco Rubio: «O la Corte penale internazionale metterà fine alle sue minacce, o noi metteremo fine alla Corte». L’attacco alla Corte penale dell’Aja era stato già anticipato da Trump all’81a Assemblea Generale dell’Onu.

Alcune misure sono state già adottate nei confronti di giudici cui è stato interdetto l’uso delle principali carte di credito e delle  piattaforme digitali, mentre la Corte per cautela sta diversificando gli apparati e i servizi informatici. Le nuove sanzioni, che potrebbero colpire ora anche gli Stati e tutti i soggetti che forniscono servizi alla Corte, rischiano di comprometterne definitivamente il funzionamento. Di fronte a questa minaccia, stavolta l’Unione europea ha reagito, definendo «profondamente deplorevole» l’annuncio americano e si è impegnata a tutelare l’attività della Corte e gli interessi degli operatori europei. Anche l’Italia, insieme a Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito, ha sottoscritto una dichiarazione congiunta che ribadisce il sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della Cpi.

Il Consiglio dell’Ue punta ora ad aprire un negoziato con gli Usa, approfittando  dei sei mesi previsti prima della loro entrata in vigore. L’Europa ha in ogni caso la possibilità di  applicare il c.d. “Regolamento di blocco”: il Regolamento CE n. 2271/96 è concepito proprio per proteggere gli operatori europei dagli effetti extraterritoriali di misure restrittive adottate da Paesi terzi. Tuttavia rimarrebbe aperto il problema degli effetti sugli Stati extra – Ue.  La  prospettiva di una discesa in campo a favore della Corte penale internazionale deve essere, dunque, necessariamente più ampia. Per l’Italia, peraltro, tutta la vicenda si colloca in un momento di consapevolezza sulla responsabilità di preservare i principi dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte penale internazionale.

Proprio a seguito del controverso ‘caso Almasri’, è intervenuta con estrema chiarezza la Corte Costituzionale, che nella sentenza n. 143/2026 ha stabilito in particolare due principi: 1) la cooperazione con la Corte penale internazionale non è una scelta politica contingente, ma un obbligo giuridico che discende dagli impegni assunti dalla Repubblica nel perseguire i crimina iuris gentium che offendono «valori universali come il rispetto della dignità umana e dei diritti umani»; 2) in particolare, l’obbligo di dare attuazione allo Statuto di Roma costituisce una diretta espressione dell’articolo 11 della Costituzione, che apre l’ordinamento italiano alla costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace, sulla giustizia fra le Nazioni e sulla tutela dei diritti fondamentali della persona.

Usa contro la Corte penale internazionale, spetta all’Ue difendere i giudici

Vale allora ragionare su come dovrà essere articolata la posizione dell’Europa in questi 6 mesi di confronto diplomatico. Marco Rubio ha presentato una tesi subdola quanto suggestiva in tempi di sovranismi: i giudici dell’Aja violano la sovranità degli Stati nell’esercitare arbitrariamente la giurisdizione contro Nazioni che, come gli Usa, non hanno aderito al trattato istitutivo. Lo Statuto infatti lo consente, perché è sufficiente che vi abbia aderito lo Stato dei territori in cui i crimini internazionali sono stati commessi (è il caso dell’Ucraina e dell’ Autorita’ palestinese). Tuttavia, non siamo affatto di fronte a un tribunale ‘universale’ che pretende di sostituirsi ai sistemi giudiziari nazionali.

La Corte si fonda sul principio della complementarità: interviene soltanto quando gli Stati ‘non vogliono’ o non sono in grado (per ‘collasso istituzionale’) di condurre indagini e processi credibili sui più gravi crimini internazionali. La complementarità è dunque l’opposto di una negazione della sovranità: è il riconoscimento che la sovranità comporta anche responsabilità. Uno Stato realmente capace di garantire giustizia ai propri cittadini non dovrebbe temere la Corte penale dell’Aja, perché la sua funzione rimane sussidiaria. In realtà l ‘iniziativa degli Usa si inserisce in una posizione storica di diffidenza verso la Corte – salvo qualche avvicinamento di Obama e Biden – tant’è che non vi hanno mai aderito (come Russia e Cina), ma assume oggi un significato più ampio perché arriva in una fase nella quale l’ordine internazionale fondato sulle regole è sottoposto a una radicale contestazione.

Dopo le indagini promosse, poi archiviate, sull’Afghanistan, il nodo è riemerso con i mandati di arresto emessi nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, perché hanno riaperto il dibattito sulle immunità dei capi di Stato e di governo. Ma il principio dell’irrilevanza della posizione ufficiale rispetto alla responsabilità per crimini internazionali non è una scelta dei giudici della Corte: affonda le sue radici nel diritto internazionale del Novecento e nei Principi di Norimberga, fino ad aver trovato piena consacrazione nell’articolo 27 dello Statuto di Roma. Se gli autori di crimini internazionali potessero sottrarsi alla giustizia proprio perché ricoprono le cariche più alte dello Stato, la responsabilità penale internazionale perderebbe la sua ragione d’essere.

Questo non significa che la Corte debba essere sottratta a critiche. Non vanno dimenticate le accuse di selettività rivolte alla Corte soprattutto dai Paesi del Global South (i principali processi portati avanti hanno riguardato per lo più leader africani), e la posizione degli Usa ora vorrebbe sfruttarle. Già alcuni paesi come il Burundi, Ciad, Venezuela, Filippine e più recentemente il Mali, tutti interessati a gravi vicende interne di violazioni dei diritti umani, hanno annunciato il ritiro dalla Corte. Proprio per questo la giustizia internazionale va sostenuta dimostrando che i suoi principi non appartengono a un blocco geopolitico, ma alla tutela universale della dignità umana. Il ruolo dell’Europa diventa allora decisivo: lo Statuto di Roma non è un trattato sulle tariffe e il commercio, perché richiama principi universali dell’umanità e una promessa di civiltà.

La sfida lanciata alla Corte penale internazionale riguarda dunque qualcosa di più di un conflitto istituzionale tra Washington e l’Aja. Riguarda una domanda fondamentale del nostro tempo che pone soprattutto i Paesi europei di fronte a un bivio: mentre tre autocrati, Trump, Putin e Xi, disegnano una nuova Yalta per accordarsi su come dividersi i nuovi “imperi”, l’Europa può davvero rinunciare a qualunque principio di legalità internazionale? La risposta determinerà non soltanto il futuro della Corte, ma anche una prospettiva per l’umanità globale: in oltre 120 Stati del mondo si è voluto credere nello Statuto di Roma come pilastro importante per un ordine internazionale fondato su regole condivise per la ricerca costante della pace e della giustizia, sostantivi che non possono essere disgiunti.

E l’Italia e l’Europa sono state protagoniste attive di questo modello universale di giustizia internazionale come argine contro gli abusi delle guerre e dei regimi. Sono stati giuristi europei come Kelsen, primo teorico di una corte internazionale, Lemkin e Lauterpacht, cui si devono rispettivamente le definizioni di ‘genocidio’ e di ‘crimini contro l’umanità, Pietro Nuvolone, che concepì i ‘diritti di lesa umanità’, Giuliano Vassalli e tanti altri sostenitori della giustizia internazionale a dare i natali allo Statuto di Roma. L’Italia e l’Europa non possono  rimanere inermi: è in gioco la nostra civiltà giuridica, la nostra identità di italiani e di europei, a cui nessuno può imporci di rinunciare.

di Maurizio Delli Santi, membro dell’International Law Association