Grillo e la moneta fiscale. Ecco perché sarebbe un flop. L’inflazione rischia di finire fuori controllo. Senza una forte stabilità politica si rischia il caos

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Per rimettere in moto il Paese Beppe Grillo vuole affiancare all’Euro una moneta fiscale da far circolare solo in Italia per espandere la domanda interna. Non sono noti i dettagli ma sulla base dei precedenti storici secondo l’idea del leader Cinque Stelle (che un po’ rievoca una vecchia proposta di Berlusconi), andrebbe creato un circuito monetario non convenzionale, simile a un sistema di cambiali emesse e garantite dallo Stato. Queste sarebbero utilizzabili dalle imprese per pagare le tasse e potranno essere incassate (contro Euro) dopo un periodo determinato. Così di fatto si consentirebbe di anticipare in nuova moneta i pagamenti contratti dallo Stato con le industrie private. Garantire capitale alle imprese sarebbe un modo per dare al Paese la possibilità di tornare a finanziare la crescita, riprendendo sovranità politica e garantendo l’uscita dalla recessione di fatto e l’aumento dell’occupazione. In sintesi, lo Stato creerebbe in moneta fiscale i fondi necessari agli investimenti necessari per creare lavoro e da qui creare redditi e risparmi tali da aumentare le entrate nelle casse dello Stato in Euro. Con queste risorse si potrà ripagare il controvalore della moneta fiscale.

Costi e benefici – Ma come si può aumentare il denaro circolante senza incorrere nel rischio di causare una deleteria inflazione (perdita di valore del denaro e quindi del potere reale di acquisto)? In termini pratici se lo Stato consente alle imprese di pagare le tasse con la moneta fiscale anziché con l’Euro, e quindi di avere più disponibilità per fare investimenti, come si può garantire che il prezzo dei beni prodotti non salga infliggendo all’economia persino altri danni, come la svalutazione (costi di listino, perdita di valore del capitale)? Per rendere proficua l’emissione della moneta fiscale dovrebbero sussistere condizioni di partenza specifiche, che in Italia non ci sono. In primo luogo, dovrebbe esserci una situazione economica generale di sottoutilizzo di risorse e beni strumentali (fabbriche grandi dove manca liquidità per usare i fattori di produzione). Solo un’economia grippata, che non utilizza un forte potenziale economico, potrebbe garantire infatti che i soldi extra di un’immissione di liquidità parallela, non vengano sprecati ma usati per creare nuovi prodotti che a loro volta generino ricavi in moneta reale. Se le fabbriche usassero la moneta fiscale per produrre beni ad alto valore aggiunto, infatti, essi sarebbero poi venduti sul mercato dando luogo a un ritorno in Euro, e non in moneta fiscale, che tornando ai disoccupati come stipendi, e quindi allo Stato come tasse sul reddito, sopperirebbe alle mancate entrati fiscali future dalle tasse sulle imprese (per le quali lo Stato si troverà monete fiscali e non reali in cassa). L’introduzione della moneta fiscale è quindi un’operazione a debito sostanziale che può funzionare solo se i soldi si usano per evitare delle perdite industriali, e non per aumentare gli investimenti senza le condizioni di mercato che possono far crescere i consumi.

Idea pericolosa – Altra condicio sine qua non per il successo di un mercato di liquidità parallelo è la presenza di uno Stato forte, con una classe politica in grado di interrompere l’emissione di moneta fiscale nel momento in cui, superati i livelli ottimali di occupazione e consumo, inizia l’inflazione. Ma in un Paese dove si sono susseguiti 73 governi dal dopoguerra ad oggi è possibile credere che un governo che inizi una politica di moneta fiscale sia lo stesso che avrà il potere nel momento giusto per interromperla? In un Paese ad alta instabilità, i mercati risponderebbero positivamente a questa politica? L’esempio della Germania di Hitler, nella quale fu inventato proprio questo schema per opera del banchiere Hjalmar Schacht, getta una luce sinistra sulla proposta di Grillo.
Una moneta fiscale denominata Mefo-Wechsel fu creata nel 1934 dal Terzo Reich per finanziare la ripresa economica tedesca dopo la dura imposizione di sanzioni del Trattato di Versailles. La nuova moneta emessa dal Governo non produsse affatto l’inflazione prevista dalla teoria classica perché offerta e domanda crebbero di pari passo lasciando i prezzi inalterati. Questo perché, nel Paese di Hitler negli anni trenta fabbriche e depositi erano vuoti, il potenziale inespresso di produzione altissimo, e sette milioni di persone erano disoccupate. L’immissione di liquidità nel sistema consentì una immediata ripresa produttiva che generò capitale reale. Nel 1937, tuttavia, quando il creatore e garante della nuova moneta fiscale, il Ministro e Presidente della Reichsbank, Schacht, ritenne concluso l’effetto positivo della moneta, e ne promosse il concambio, lasciò l’incarico in contrasto con Hitler, il quale volle continuare ad emettere moneta fiscale in quantità enormi per finanziare la guerra. E l’utilizzo della moneta, nel frattempo svalutata, fu imposta sotto la minaccia delle armi. Le distruzioni immani del conflitto, ed il crollo dei prezzi connesso, mantennero poi nascosto l’effetto di un inflazione che in una situazione come quella di oggi sarebbe semplicemente devastante.

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