Guerra dei sessi alla Camera

di Fausto Cirillo

L’Italicum inciampa sulle quote di genere, costringendo i suoi demiurghi a trascorrere il week-end in trattive serrate per evitare un ulteriore slittamento dei tempi per la sua approvazione. Renzi ha fretta di portare a casa un primo (mezzo) risultato e tutto vuole tranne che un insidioso pantano istituzionale su una questione fin qui sottovalutata e che – complice anche la ricorrenza della Festa delle donne – rischia di sfregiare l’immagine di un governo che delle donne ministro fa così gran vanto. Al Rottamatore è stato ieri recapitato un appello sottoscritto da più 90 parlamentari di centrodestra e centrosinistra che chiede in sostanza la garanzia per legge di una paritaria rappresentanza femminile alla Camera dei deputati. Questione delicata e insidiosa, che comunque vada seminerà insoddisfazione e spirito di rivalsa. Proprio per questo, perdurando il disaccordo tra i partiti, il governo potrebbe decidere anche di rimettersi in Aula alla decisione della maggioranza dei deputati. Dalla lettura degli emendamenti depositati, sarebbero tre le possibili soluzioni adottabili: l’alternanza uomo-donna nei listini bloccati, il 50 per cento di capilista donne o in alternativa il 40 per cento di capilista donne. Le deputate alla Camera sono 197. Con il voto palese e la prevedibile adesione degli uomini del Pd (oltre che di Sel, Scelta civica e Per l’Italia), supererebbero la maggioranza assoluta dell’aula. Se invece un gruppo di deputati chiedesse il voto segreto, si andrebbe a una consultazione ‘alla cieca’ con possibili sorprese. Anche perché in Forza Italia le acque restano parecchio agitate: ufficialmente la posizione del partito resta contraria al meccanismo delle quote rosa, di fatto non poche deputate (tra queste Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo, Laura Ravetto ed Elvira Savino) confidano in una apertura di Silvio Berlusconi.
Fa intanto notizia il silenzio di Maria Elena Boschi, giovane ministro per le Riforme e i Rapporti col Parlamento. A schierarsi a favore delle quote di genere è invece la sua collega alla Salute Beatrice Lorenzin. «I fatti ci dimostrano – ha detto ieri – che dove ci sono le liste elettorali bloccate sono presenti strumenti di discrezionalità nella selezione della classe dirigente. Per questo motivo, pur avendo preso sempre le preferenze, sono una grande sostenitrice delle quote rosa. Non possiamo lasciare l’autonomia di indicare donne nelle proprie liste solo ai partiti politici perché purtroppo la storia ci dimostra che quasi sempre i partiti non hanno avito la forza di realizzare questa grande ambizione. Un Paese che ha il 53% di donne non può averne solo il 18% nei ruoli decisionali. Mi auguro – ha concluso – che si arrivi a una soluzione di equilibrio che tenga conto di tutte le esigenze in campo e che non ci faccia tornare indietro. Dobbiamo evitare una soluzione fatta con l’accetta ma che contempli equilibri e rappresentanza delle donne in Parlamento».
Qualora soccombessero ai loro colleghi maschi, le deputate potrebbero sempre trovare un alleato nel Senato della Repubblica. Non è un mistero che a palazzo Madama serpeggi parecchia inquietudine sul testo dell’Italicum e sono davvero in pochi a volersi ridurre al rango di notai delle decisioni già prese dall’assemblea di Montecitorio. Lo dimostrano alcune frasi della presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro. «Lavoreremo in Commissione – ha dichiarato – per una norma sulla parità di genere. La soglia dell’8% per i partiti che vanno da soli, poi, è molto, molto alta. Per quanto riguarda il premio di maggioranza, invece, una soglia ragionevole è il 40%». Ne è subito nato un caso politico e a fare la voce grossa è stato proprio il relatore della legge Francesco Paolo Sisto. «Esiste un patto siglato tra Renzi e Berlusconi – ha esclamato detto – e la presidente Finocchiaro si permette di dire che al Senato sarà cambiato, come se fosse la cosa più naturale del mondo? Io trovo assolutamente sconcertante questa riserva mentale».