Guerra in Ucraina, Kiev apre su Crimea e Donbass. Spiragli dal negoziato di pace. Zelensky cerca un’intesa

Guerra in Ucraina
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“Abbiamo davanti un nuovo round di negoziati, perché il nostro obiettivo è la pace. Sul serio. Senza indugio. Come mi è stato detto, c’è un’opportunità e la necessità di un faccia a faccia in Turchia. Questo non è male, attendiamo di vedere i risultati”. Lo ha detto Volodymyr Zelensky a poche ore dal round negoziale che si terrà oggi in Turchia, a Istanbul (qui tutti gli articoli sulla guerra in Ucraina).

Guerra in Ucraina, oggi riprendono i negoziati in Turchia. Cauto ottimismo da parte di Zelensky

Insomma cauto ottimismo da parte del leader dell’Ucraina che, sempre ieri, ha affermato di essere pronto ad accettare lo status di neutralità del suo Paese come parte di un accordo di pace con la Russia. Del resto proprio questa richiesta di Mosca, assieme all’impegno a “non sviluppare il nucleare ad uso bellico del nostro Stato”, è stata una delle motivazioni che ha convinto il Cremlino a lanciare questa assurda guerra.

Ma Zelensky in questa partita a scacchi, ben consapevole di essere Davide che lotta contro Golia, non si è fermato qui perché ha anche teso la mano a Vladimir Putin dicendosi disposto a discutere su Crimea e Donbass così da togliere ogni alibi al leader di Mosca. Sfortunatamente per lo zar, ciò non si traduce in un lasciapassare all’annessione perché il leader ucraino ha le idee chiare: “La sovranità e l’integrità territoriale sono fuori dubbio”. In altre parole l’apertura c’è davvero ma per dare vita a un confronto grazie al quale gettare le basi per una convivenza pacifica, all’interno dell’Ucraina, tra popolazioni russofone e non.

Una posizione pienamente appoggiata dal Regno Unito di Boris Johnson, come spiega la ministra degli Esteri britannica Liz Truss: “Finora Putin non è stato serio” ma in ogni caso bisogna fare in modo che qualunque accordo “non si concluda con una svendita dell’Ucraina”. Malgrado l’ottimismo – probabilmente di facciata – di Zelensky, la realtà è che ben pochi credono alla possibilità di un accordo già oggi. Lo dice chiaro e tondo Dmytro Natalukha, presidente della commissione Affari economici del Parlamento ucraino e consigliere del ministro della Difesa, ospite della trasmissione Radio1 in vivavoce.

“Non credo che si arriverà a una soluzione in tempi brevi, per me è difficile parlare di qualche soluzione quando ci sono tante perdite, bambini e civili”, ha aggiunto Natalukha spiegando che, a suo dire, “un cambio di potere in Russia, mi pare sia l’unica soluzione possibile”. Che la trattativa sia difficile lo si capisce anche dal fatto che, ieri sera, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha provato a preparare il terreno alle trattative.

Per farlo il leader di Ankara ha alzato la cornetta e conversato a lungo prima con Zelensky, poi con Putin. Segno evidente che Erdogan intende recitare un ruolo di primo piano nella risoluzione della crisi e che spera, probabilmente a ragione, di poter riuscire a organizzare un incontro tra i due leader belligeranti. Ma in attesa di quel giorno, l’unica carta per arrivare a una pace – o almeno a una tregua – resta quella degli incontri tra le rispettive delegazioni. E se oggi ci sarà un incontro, ieri sera è trapelata l’intenzione di preparare un ulteriore incontro, sempre in Turchia, che si dovrebbe tenere già domani.

In attesa del vertice, a far notizia è il presunto tentativo di avvelenamento subito da tre persone che hanno partecipato al round negoziale tenuto tra il 3 e il 4 marzo. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, a seguito di quel summit – concluso in un nulla di fatto – l’oligarca Roman Abramovich e due delegati ucraini avrebbero accusato sintomi tipici di avvelenamento come occhi rossi, lacrimazione costante e dolorosa, desquamazione della pelle del volto e delle mani. Tutti loro sono stati sottoposti a cure, come confermato dall’entourage dell’ex presidente del Chelsea, e sarebbero fuori pericolo. Difficile stabilire quale agente, chimico o biologico, sia stato utilizzato.

Come se non bastasse tutto ciò, a prendersi la scena è stato il presidente americano Joe Biden che ha dato del “macellaio” a Putin. Parole pesanti, condannate con durezza dal Cremlino, che hanno creato non pochi imbarazzi ai leader alleati che si sono affrettati a prendere le distanze. Il più duro è Emmanuel Macron che ha tuonato contro “l’escalation di parole e azioni”, esortando il leader Usa e a “essere concreti e a fare di tutto per evitare che la situazione sfugga di mano”.