Sembra sempre più senza via d’uscita il conflitto in Iran. Se i bombardamenti di Usa e Israele dovevano piegare il regime degli ayatollah, la strada appare ancora lunga: Teheran ha infatti annunciato – e subito dopo lanciato – quella che ha definito come “l’operazione più intensa e potente” sferrata dalle sue forze armate dall’inizio della guerra.
I Guardiani della Rivoluzione islamica hanno rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi israeliani e strutture legate agli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente, colpendo, tra i tanti bersagli, il centro di comunicazioni satellitari Haila vicino a Tel Aviv che, secondo loro, sarebbe “compromesso”.
E non è tutto. Raid e droni avrebbero preso di mira anche installazioni militari nell’area di Beer Yaakov, a ovest di Gerusalemme, e nella città portuale di Haifa. Inoltre viene segnalato – anche se al momento mancano conferme – un presunto drone iraniano che avrebbe colpito una struttura diplomatica statunitense in Iraq. Attacchi che hanno scatenato la furiosa reazione delle forze israeliane fedeli a Benjamin Netanyahu, le quali hanno risposto con una nuova ondata di bombardamenti su Teheran, concentrandosi soprattutto nell’area dell’aeroporto internazionale Mehrabad.
Il fronte marittimo e il nodo Hormuz
Ma in queste ore a preoccupare è soprattutto lo Stretto di Hormuz, sostanzialmente chiuso al traffico navale per via delle minacce dei pasdaran, circostanza che sta causando un vero e proprio shock energetico globale. Come noto, questo piccolo lembo di mare è uno dei principali punti di transito del petrolio mondiale e la sua paralisi è diventata l’arma principale nelle mani del regime degli ayatollah.
Proprio per questo, come rivelano fonti militari occidentali, la zona sarebbe stata minata dalle forze iraniane. A confermarlo sono anche le forze navali di Donald Trump, che hanno affermato di aver distrutto alcune imbarcazioni di Teheran mentre stavano piazzando ordigni esplosivi destinati a bloccare il transito navale. Che non si tratti di semplici parole sembra confermarlo anche la serie di “incidenti” in cui sono rimasti coinvolti un mercantile, andato in fiamme, e una nave portacontainer che ha riportato danni dopo l’impatto con un oggetto non identificato.
Il New York Times: “17 siti Usa colpiti”
Quel che è certo è che Trump continua a ripetere di aver distrutto l’Iran, rendendolo di fatto inerme. Peccato che a smentirlo sia arrivata l’analisi del New York Times che, facendo largo uso di immagini satellitari e fonti militari, ha documentato almeno 17 siti americani nel Golfo che hanno subito ingenti danni dall’inizio della guerra, il 28 febbraio.
Tra le installazioni colpite figurano basi cruciali: la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita; la base Ali Al Salem e Camp Buehring in Kuwait; e anche la gigantesca base di Al Udeid in Qatar.
Immagini satellitari che raccontano ciò che il tycoon non vuole ammettere, ossia che la controffensiva iraniana non è finita e ha colpito alcuni asset strategici, tra cui diversi radar messi fuori uso. Uno dei casi più delicati riguarda il radar strategico vicino a Umm Dahal, in Qatar, alla base del sistema di allerta precoce – costato oltre un miliardo di dollari – che permetteva di monitorare missili a migliaia di chilometri di distanza e intercettarli prima che potessero causare danni.
Ombre sulla leadership iraniana
In tutto questo, in Iran è scoppiato un vero e proprio giallo. Malgrado la nomina dei giorni scorsi, la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei non è ancora apparsa in pubblico dall’inizio della guerra. Un silenzio che, di ora in ora, aumenta i sospetti sulla sorte del secondogenito di Ali Khamenei, con i media occidentali che ipotizzano possa essere rimasto gravemente ferito o forse addirittura deceduto.
Indiscrezioni smentite con forza da Teheran, secondo cui il nuovo leader sarebbe stato ferito alle gambe durante i primi bombardamenti israelo-americani ma, assicurano le autorità, “è vivo ed è al sicuro”.