Hotel di lusso per duecento abusivi. Tanto paga la Regione Lazio

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di Martino Villosio

Un intero palazzo incastonato nel cuore elegante di Roma, costruito all’inizio del Novecento, tre piani più uno ammezzato, cortile e sottotetto. Visto dall’esterno, una piccola gemma immobiliare che, secondo la perizia predisposta nel 2006 da una qualificata commissione tecnica, vale circa 32 milioni di euro.
Potrebbe essere la fotografia simbolo di una delle risorse più preziose in mano allo Stato e agli enti locali italiani alle prese con tagli dolorosi e centesimi da contare: il patrimonio immobiliare. Invece in via Maria Adelaide 14, a due passi da Piazza del Popolo, non troppo lontano dall’ospedale San Giacomo sacrificato tra polemiche furiose nel 2008 sull’altare della “razionalizzazione dei costi”, si consuma da anni un esempio lampante di bizzarra gestione delle risorse pubbliche firmato Regione Lazio. Un palazzo di pregio di proprietà dell’ente, perfetto per accogliere gli uffici di una sede distaccata o per far cassa rapidamente, ospita invece circa duecento persone completamente gratis.

Uno spreco che dura da otto anni
Accade dal 2005, da quando un’iniziativa coordinata dall’organizzazione “Action” di Andrea “Tarzan” Alzetta ha portato all’occupazione abusiva di un immobile che, secondo le visure catastali, è formato da 11 appartamenti tutti di proprietà della Regione Lazio. Si tratta della stessa associazione che ha lanciato nelle scorse settimane uno “Tsnunami tour” con l’occupazione di tredici edifici realizzati ma non ancora in uso nella Capitale: una raffica di blitz che ha portato all’iscrizione di settanta persone (tra cui lo stesso Alzetta) nel registro degli indagati della procura di Roma.
Portone perennemente sigillato, da cui pendono i fili di un citofono sradicato. Su una buca della lettere, i cognomi Rodriguez e Balarezo vergati con lo spray. Basta stazionare pazientemente sul marciapiede opposto, per rendersi conto del via vai discreto di uomini, donne, ragazzini che entrano ed escono alla spicciolata. Moltissimi stranieri, qualche raro italiano, tutti ospiti della Regione che ha in carico anche le spese per acqua, luce e gas.

Campidoglio complice
L’occupazione di Via Maria Adelaide è stata “legittimata” da un accordo tra Comune di Roma, Regione Lazio e “Action Diritti in movimento” firmato il 15 novembre 2007 e recepito dalla Giunta Regionale con la delibera 56 del primo febbraio 2008.
In base a quell’accordo, chiunque fosse interessato a comprare l’immobile dalla Regione dovrebbe mettere a disposizione di tutte le circa 70 famiglie censite in via Maria Adelaide, per un anno, “una o più strutture abitative ubicate sul territorio di Roma”. Al potenziale acquirente anche il compito di pagare bollette, costi di manutenzione e sorveglianza per 365 giorni delle abitazioni a partire dall’atto di compravendita.
Condizioni che sembrano calibrate apposta per scoraggiare eventuali compratori, fatte proprie dalla giunta Marrazzo e mai sconfessate da chi è subentrato alla guida della Regione. Proprio l’ex amministrazione di centro-sinistra aveva avviato una procedura per cercare di piazzare l’immobile, ma l’asta pubblica venne prevedibilmente snobbata.

E io pago…
Le 14 pagine di una perizia accuratissima firmata dalla commissione tecnica presieduta da Claudio Scorpati, nel giugno del 2006, stimavano in 31.970.000 euro il valore dell’immobile di via Maria Adelaide se destinato ad uso residenziale. Scalando già i costi di ristrutturazione, dalla stessa perizia emerge che la Regione Lazio si è tenuta in pancia per tutti questi anni un asset del valore di 27,9 milioni di euro e non ne ha ricavato un centesimo. Mentre l’ufficio utenze della Regione continua a ricevere regolarmente da Acea le bollette per l’allacciamento alla rete elettrica degli inquilini abusivi di via Maria Adelaide. La perizia del 2006 stimava in 18,5 milioni di euro il valore del palazzo se destinato ad ospitare uffici e in circa 4 milioni di euro le spese necessarie alla ristrutturazione.
Eppure la Regione Lazio non solo non lo affitta né prova a cederlo, ma non lo rimette in sesto preferendo pagare canoni di locazione salati per le sue sedi distaccate disseminate in giro per Roma: a via del Tintoretto come a via del Giorgione, in via capitan Bavastro come in via del Pescaccio, passando per gli uffici che la controllata Lazio Service affitta in via del Serafico.