I porti gestiti dal Pd fanno acqua. L’Authority Tirreno è in bolletta. Bocciata la gestione Musolino, scelto dalla De Micheli. La Corte dei Conti: 300 milioni solo di contenziosi

Tirreno Musolino
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Priva di una chiara progettualità, con costi elevati per il personale e un contenzioso milionario, l’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno centro-settentrionale, una tra le più importanti d’Italia, è in rosso. La gestione dei porti di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta sembra aver fatto flop e con essa la strategia del Pd per quello che è l’hub portuale di Roma. Pesantissima la situazione lasciata dall’ex presidente scelto dai dem, Francesco Maria Di Majo, ma non va meglio con l’attuale presidente, Pino Musolino (nella foto), voluto in quel ruolo dall’ex ministra delle infrastrutture e trasporti nel Governo giallorosso, la dem Paola De Micheli. Un quadro a tinte fosche quello che è stato tratteggiato sull’Autorità portuale dalla Corte dei Conti, in una relazione appena inviata al Parlamento, e dieci giorni fa si è registrato anche l’inquietante episodio di un ordigno trovato vicino all’abitazione dello stesso Musolino.

Nel dicembre 2020 Musolino prese il posto di Di Majo, con il quale poi si è più volte scontrato aspramente. Proveniente dall’Autorità di sistema portuale del Mar Adriatico Settentrionale, dove era finito ai ferri corti con il governatore del Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, il manager si trovò a gestire una situazione complessa, ma sembra che anche le sue soluzioni non abbiano portato all’atteso risanamento. I magistrati contabili sottolineano infatti che lo stesso piano di risanamento e la successiva procedura di allerta, approvati nel 2021 dall’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno centro-settentrionale per scongiurare la mancata approvazione dei bilanci, “presentano rilevanti elementi di incertezza e non evidenziano una strategia organica che garantisca un equilibrio finanziario duraturo”. Il contenzioso in atto ha un valore di oltre 300 milioni di euro ed è coperto dal relativo fondo solo per il 12%, “con un avanzo di amministrazione azzerato dagli accantonamenti”.

Senza contare che restano le criticità legate alla legittimità della concessione nei confronti della società affidataria del servizio di mobilità. Per non parlare delle spese, con un organico di 117 unità e un costo medio medio del personale “ancora elevato”: 264.815 euro per il segretario generale, 235.599 euro per i dirigenti, 122.566 euro per i quadri e 78.718 euro per gli altri dipendenti. E l’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno centro-settentrionale manca pure il Piano triennale dei fabbisogni, uno “strumento strategico di programmazione – come specificano i magistrati contabili nel rapporto inviato alle Camere- rinviato alla riorganizzazione in corso della segreteria tecnico-operativa”.

La crisi generata dall’emergenza Covid ha pesato, ma non è a quanto pare l’unico elemento alla base della crisi dell’Authority. In calo così gli accertamenti e le riscossioni 2020 per canoni da concessioni, ridotto del 23% il traffico merci dei tre porti, passando dai 14,6 milioni del 2019 agli 11,2 milioni di tonnellate 2020, diminuito del 5% il traffico dei containers e ridotto del 74% il numero dei passeggeri: da 4,5 a 1,2 milioni. Ecco dunque che la gestione di competenza 2020 chiude con un disavanzo di 4,9 milioni di euro, la crescita del risultato di amministrazione è modesta e il patrimonio netto è in diminuzione, attestandosi a circa 72,4 milioni di euro. Una gestione flop a quanto pare, su cui incombe anche l’inquietante episodio di due settimane fa, quello dell’ordigno trovato vicino all’abitazione del presidente Musolino, a Civitavecchia, su cui stanno indagando i carabinieri.