I poteri forti abbandonano Letta

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di Angelo Perfetti

Una volta in piazza scendevano i sindacati, erano loro ad opporsi alle decisioni del governo in materia di finanziaria, erano loro a puntare i piedi sul tema delle tasse. Oggi che le piazze sono nelle mani dei Forconi e dei Comitati, l’unico spazio di manovra è l’opposizione dura al governo. Ma neanche questa strada viene percorsa dalla Triplice; certo la protesta c’è stata – e ci mancherebbe…. – ma lontana anni luce dalle barricate dell’era berlusconiana che muovevano folle oceaniche nelle piazze di tutta Italia. Eppure non è che la situazione sia migliorata, anzi. La crisi morde le famiglie, la disoccupazione cresce, le soluzioni sembrano lontane dal tutelare lavoratori ed ex lavoratori, la ripresa per ora è solo una speranza. Cgil, Cisl e Uil si sono limitati a organizzare manifestazioni e sit-in contro la legge di Stabilità. I segretari generali dei sindacati, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, hanno manifestato giorni fa in piazza davanti a Montecitorio, hanno chiesto misure più incisive a sostegno della crescita economica e dell’occupazione, nonché la destinazione al taglio delle tasse delle risorse recuperate dalla lotta all’evasione. Niente rivoluzione, dunque, ma blandi consigli.

Sulle barricate
In mancanza dei sindacati, ci pensa paradossalmente Confindustria a fare da barricadera contro il governo. “Il presidente Letta – ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi – è preoccupato di non sfasciare i conti, per la verità noi non abbiamo chiesto certo di sfasciare i conti. Il nostro obiettivo è di allocare quelle poche risorse che ci sono in questo momento per non sfasciare il Paese”. Per Squinzi la Legge di Stabilità è “insufficiente per far ripartire il Paese. In questo momento non si può dire che la recessione è finita e che c’è la ripresa. Vediamo cosa succederà nei prossimi mesi”.
“Io vedo molto ottimismo, ma attenzione – ammonisce Squinzi – perché noi abbiamo perso 9,1 punti di Pil dal 2007 ad oggi”. E ai ritmi ipotizzati da viale dell’Astronomia – che in una simulazione più negativa indica anche una manovra di un punto di Pil nel 2015 – “il Pil non tornerà ai valori del 2007 prima del secondo trimestre del 2021”, avverte ancora Squinzi. Per questo insistendo sulla necessita’ di “cambiare passo e registro”. Chiedendo di agire “con rapidità e coraggio”. Realizzando le riforme. Perché “non c’è nessun Paese dentro e fuori dall’Europa le cui lancette dell’economia siano tornate cosi’ indietro nel tempo a causa della crisi”. Con danni pesanti come quelli provocati da una guerra.

La difficile ripresa
Lo scenario che traccia il Centro studi di Confindustria nelle ultime previsioni, non a caso presentate con il titolo “La difficile ripresa”, è di un Paese che inizia la “ricostruzione”. Il Csc rivede in peggio le stime sul Pil nel 2013, indicando un -1,8% (dal precedente -1,6%), con una variazione nulla nel terzo trimestre ed un +0,2% nel quarto, mantenendo invece invariata al +0,7% la previsione di crescita per il 2014. Mentre nella prima stima per il 2015 segna un +1,2%. Dati comunque lontani dal +1% per il 2014 e +2% per il 2015 indicati dal premier Enrico Letta come obiettivo possibile.

Le cifre della crisi
Le persone a cui manca il lavoro, “totalmente o parzialmente, sono 7,3 milioni, due volte la cifra di sei anni fa. Anche i poveri sono raddoppiati a 4,8 milioni” almeno, è il bilancio della crisi che fa il Csc. Le famiglie “hanno tagliato sette settimane di consumi, ossia 5.037 euro in media l’anno”. Guardando all’occupazione calcolata sulle Ula (Unita’ di lavoro equivalenti a tempo pieno) dalla fine del 2007 si sono persi 1 milione e 810 mila posti. L’occupazione comunque, dopo essere rimasta ferma nella seconda metà del 2013, ripartirà dal 2014. Si arresta così “l’emorragia occupazionale”: dopo il -1,1% del 2012 ed il -1,7% del 2013, per l’anno prossimo il Centro studi di Confindustria prevede un +0,1%, per il 2015 un +0,5%. Il tasso di disoccupazione resterà stabile oltre il 12% anche nel prossimo biennio. Mentre il deficit è previsto in riduzione per il 2014 ed il 2015 rispettivamente al 2,7% e al 2,4% (dopo il 3% nel 2012 e 2013) ma comunque ad un livello per i prossimi due anni “sensibilmente più elevato di quanto indicato dal governo”. Inizierà a calare nel 2015 quando sarà al 132,0% del Pil (includendo l’effetto di privatizzazioni e dismissioni immobiliari)”. Per il presidente di Confindustria questa è “la realtà dei numeri nella sua crudezza”.

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