I silenzi sui veleni d’Abruzzo

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di Antonello Di Lella

Una storia fatta di silenzi, troppi, quella dei rubinetti al veleno in Abruzzo. E mentre i politici fanno a gara a rassicurare la popolazione evidenziando che ora l’acqua è potabile, viene fuori una fotografia scattata dall’Agenzia sanitaria regionale sui tumori: impietosa. Si tratta di un’indagine epidemiologica che mette in evidenza l’aumento delle patologie tumorali nelle aree vicine alla discarica: quella di Bussi sul Tirino in provincia di Pescara. Anni di riferimento due trienni: 2006-2008 e 2009-2011. Rapporto stilato nell’anno 2012. Peccato che l’indagine sia rimasta segreta. A tirarla fuori, nel silenzio generale, il Forum dei Movimenti per l’Acqua. Ora però resta una domanda: per quale motivo non è stata pubblicizzata prima da chi di dovere?

Qualcuno sapeva
Correva l’anno 2008 quando il Forum dei Movimenti per l’Acqua non esitò a definire la vicenda legata alla discarica di Bussi, sequestrata nel 2007, “il peggior scandalo della storia abruzzese”. Ora che però sono arrivati pure i dati cresce l’amarezza all’interno del movimento: “Provo sconforto per il fatto che abbiamo dovuto divulgare noi il primo rapporto epidemiologico dell’Agenzia Sanitaria Regionale sui tumori nella regione”, commenta Augusto De Sanctis del forum abruzzese sull’acqua, “un documento che seppur preliminare fotografa frequenze di tumori elevatissime in alcune aree come Bussi (+70% rispetto alla media regionale), Popoli (+29%) e area metropolitana di Pescara (+18%). Sia chiaro, occorreranno sicuramente degli approfondimenti, e non è possibile mettere direttamente in relazione senza prove certe l’insorgenza di patologie con la presenza della mastodontica discarica, piena zeppa di rifiuti tossici, ma qualche dubbio rimane. Su chi sapeva e non ha detto.

La Regione si difende
Resta il fatto che per anni, non si sa quanti di preciso, tutta la Val Pescara ha utilizzato acqua “al veleno”. Come certificato nei giorni scorsi dall’Istituto superiore di Sanità che lo messo nero su bianco in un dossier. Il documento sottolinea che almeno 700 mila persone avrebbero fruito di quell’acqua composta di un mix di sostanze nocive per la salute. E con acqua di rubinetto sul tavolo il presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha voluto sottolineare che loro come ente regionale non erano a conoscenza di alcuna criticità: “Non avevamo avuto alcuna anticipazione della relazione che l’Istituto superiore della Sanità ha depositato al processo di Chieti. I dati appartengono al passato di sette anni fa”, ha spiegato il governatore d’Abruzzo, “in questa vicenda si è omesso di dire che la relazione dell’Iss fotografa la situazione al 2007 e che, proprio in ragione di quella situazione, si è intervenuti già all’inizio del 2007”. Fin qui poco di strano. La relazione è “solo” di gennaio. Ciò che lascia basiti è la mancata denuncia da parte della Regione della relazione realizzata nel 2012 dall’Agenzia sanitaria regionale “sull’analisi della prevalenza dei tumori nei comuni della regione Abruzzo negli anni 2006-2011”. Certo, ormai il danno era fatto, ma come sottolinea il Forum Movimenti per l’Acqua (i divulgatori del primo rapporto epidemiologico) “si sarebbe potuto avviare uno screening per le diagnosi precoci”.

Ancora allarme
Con la relazione dell’Istituto superiore di Sanità si è risvegliato anche il mondo politico con interrogazioni parlamentari e richiesta di supplementi d’indagine. Intanto le scorie sono ancora alla luce del sole e per la bonifica saranno necessari almeno 500 milioni di euro. “Lo scandalo continua”, dichiara Renato Di Nicola sempre del Forum abruzzese dei Movimenti per l’Acqua, “perché persiste totale assenza di trasparenza. Sfido chiunque a visitare i siti di Asl, Arta, regione Abruzzo e ministero dell’Ambiente per capire cosa sta avvenendo ora a Bussi”. E intanto il mistero continua.