Totoministri, i tecnici giù dalla torre

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di Lapo Mazzei

Da una parte c’è il tema del rimpasto. Che agita i sonni del Nuovo Centro destra, il maggior indiziato del momento e al quale sarà chiesto un duro sacrificio, a partire dall’imbarazzante ministra Nunzia De Girolamo. “Mi augurerei per il bene di tutti che il nuovo segretario del Pd, oltre ai contenuti, ci metta anche gli uomini, ma questo è un dibattito tutto interno al Pd”, dice il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dando un corpo e un’anima ai pensieri che albergano all’interno del movimento guidato da Angelino Alfano. Dall’altra c’è la tattica attendista del presidente del Consiglio, Enrico Letta, che prima vuole vedere sia le carte del patto di legislatura che quelle della nuova legge elettorale. A giocare il ruolo dell’osservatore interessato, poi, c’è Silvio Berlusconi, rimesso in gioco dal segretario del Pd. Ma in mezzo a tutto, e a tutti, c’è l’Italicum, avviato sul binario dell’intesa tra Renzi e Berlusconi, poi allargata ad Angelino Alfano, ma che rischia di rallentare la propria corsa dopo una partenza flash. E man mano che passano i giorni la situazione non cambia. Anzi. Se possibile, peggiora. Il rapporto tra i due, Renzi e Letta, è ai minimi storici, dicono dalle parti del sindaco di Firenze. E la cosa appare di tutta evidenza se si guarda alle decisioni delle ultime ore. Il leader Dem convoca la segreteria al Nazareno di prima mattina, come è solito fare. E frena sul patto di coalizione. “Non mi possono accusare di gestione padronale e poi pretendere un patto di coalizione deciso senza il partito”. Per questo, la prossima settimana Renzi riunirà di nuovo la direzione del Pd, per discutere appunto dell’agenda di governo che il premier si ostina a chiamare “Impegno 2014”. La direzione, con tutta probabilità, si terrà non prima di venerdì 31 gennaio, ma non è escluso che alla fine venga convocata addirittura per lunedì 3 febbraio.

Tiro al bersaglio
Quel che è certo è che sono saltati i piani di Letta. Il presidente del Consiglio, infatti, contava di siglare “Impegno 2014” entro questo fine settimana, per poi mettere mano a un rimpastino di governo già nei primi giorni, in modo da presentarsi al vertice dei capi di Stato e di governo europei di Bruxelles il 29 gennaio con in tasca un accordo che garantisse sulla tenuta della legislatura. Invece il piano sarebbe saltato, salvo sorprese però. Perché se nella gara con Renzi a chi detta l’agenda, al momento, è il segretario ad essere in vantaggio, Letta potrebbe scartare di lato con il cambio della squadra, costi quel che costi. I due dicasteri che di sicuro dovrebbero liberarsi sono Sviluppo economico (Flavio Zanonato) e Agricoltura (Nunzia De Girolamo). Ma si parla anche di una possibile uscita di Cecile Kyenge per essere candidata alle elezioni europee. Il ministero dell’Integrazione potrebbe essere decisivo per due riforme che stanno a cuore a Renzi: unioni civili e ius soli. C’è anche una scuola di pensiero, e l’aspetto preoccupa non poco Palazzo Chigi, che vede come principali indiziati a cedere il passo i componenti dell’intera filiera economica del governo delle piccole intese.
Per motivi diversi fra loro, Fabrizio Saccomanni ed Enrico Giovannini, titolari rispettivamente dei dicasteri dell’Economia e del Lavoro, potrebbero. Ma su di loro incombe l’ombra del Colle, e questo potrebbe bastare a far tramontare l’idea.
A complicare ulteriormente il quadro, come spiegano non senza un certo fastidio dal largo del Nazareno, sede del Pd, gli attacchi della governatrice renziana Debora Serracchiani contro il ministro Flavio Zanonato (“Deve dimettersi”) e quello della responsabile Giustizia della segreteria Pd Alessia Morani contro la Guardasigilli, Anna Maria Cancellieri, sono da prendere come iniziative circoscritte al merito delle questioni. Non c’è una strategia del segretario tesa a chiedere a Letta di cambiare i ministri. O, almeno, non è questo il piano.
Semmai è evidente che sono entrati in campo ambizioni personali e voglia di emergere, senza aver reso partecipe di tutto ciò l’ex Rottamatore, oggi tessitore di trame che si spezzano con grande facilità.
Di certo c’è solo che senza legge elettorale, cui sono legate le riforme, non c’è nemmeno il patto di coalizione. Su questo Renzi è stato netto fin dall’inizio. E allora il premier è costretto a guardare oltre gettando sul tavolo, come al solito, numeri e cifre. L’occasione sono i dati Eurostat sul debito pubblico dell’Italia, in calo nel terzo trimestre 2013 per la prima volta dopo otto trimestri di continua crescita. “Sono un segnale che ci incoraggia”, afferma Letta, “a proseguire sulla strada delle politiche per la crescita, nel rispetto della tenuta dei conti pubblici”.

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