Il 2020 è stato terribile. Ma per l’economia italiana non è tutto da buttare. La resilienza dei grandi Gruppi ha aiutato. E il 2021 può essere di forte crescita

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Un anno terribile per l’economia mondiale, ma che nonostante tutto non è interamente da buttare, se non altro per le opportunità che apre già dal primo trimestre del 2021, nuova ondata di Covid permettendo. Accanto ai Paesi che hanno già rimesso in moto la macchina della produzione, anche in Europa si registrano segnali incoraggianti. Alcuni esempi su tutti: In Cina l’ultimo dato sul Pil del terzo trimestre segna un inatteso +4,9%, con previsione del +5% nella quarta frazione del 2020 e una crescita nell’anno del +2%.

A questo può essere aggiunto senz’altro il surplus commerciale record a novembre, volato a 75,42 miliardi di dollari, cioè il livello più alto di sempre, il doppio dei 37,18 miliardi dello stesso mese del 2019 e molto di più dei 53,5 miliardi attesi dagli analisti, grazie alla ripresa della domanda globale malgrado la pandemia. Un’impennata che non è solo cinese, ma di altri Paesi asiatici e dell’India.

LA SCOMMESSA. Quella – si dirà – è l’altra parte del mondo e le statistiche di Pechino vanno prese con le molle, ma anche in Europa qualcosa si muove. Partiamo dalla Germania, la locomotiva del Vecchio Continente, che ha appena registrato una produzione industriale ad ottobre in salita del 3,2% sul mese precedente, il doppio delle attese degli analisti. E c’è di più: il ministero dell’Economia ha fatto sapere che la produzione è al 96% rispetto al livello pre-crisi. E in Germania, va ricordato, ristoranti, bar, strutture sportive e per il tempo libero sono chiusi dal 2 novembre. Cosa succede invece in Italia e che bilancio ci apprestiamo a fare alla fine di quest’anno?

Solo pochi giorni fa l’Istat ha aggiornato le sue previsioni che danno il Prodotto interno lordo in calo dell’8,9% nel 2020, mentre rimbalzerà del 4% nel 2021. Numeri che beneficiano di un enorme intervento pubblico, ormai vicino ai 110 miliardi, e che avranno sicuramente necessità di ulteriori sostegni nei prossimi mesi, in parte già previsti nella prossima Manovra finanziaria da 38 miliardi, e in parte da quantificare in probabili ulteriori scostamenti di bilancio. A questi vanno aggiunti i primi soldi in arrivo dall’Europa attraverso il Recovery Fund da 209 miliardi, che il Governo vuole indirizzare massicciamente verso la costruzione delle grandi reti infrastrutturali che mancano al Paese, da quelle immateriali della telefonia e di internet di nuova generazione, alla messa in sicurezza del territorio e la transizione energetica, in una chiave di sostenibilità ambientale e di economia green. Uno sforzo che vede giudizi contrastanti tra i player di settore.

L’OCCASIONE EUROPEA. Le agenzie di rating, per esempio, si sono espresse un po’ tutte in modo cauto sulle misure prese e in programma nel Paese, risparmiandoci quei giudizi negativi che in passato hanno determinato l’impennata dello spread. Merito, ovviamente, in gran parte della Banca Centrale Europea che acquista massicciamente titoli del nostro debito pubblico, ma anche della resilienza dimostrata dai grandi poli industriali e finanziari, a partire dai maggiori Gruppi partecipati dallo Stato – Enel, Poste, Leonardo, Terna, Fincantieri, ma anche le grandi banche e assicurazioni, con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, ecc. – che sono riusciti a far fronte al lockdown e al calo dei consumi senza perdere competitività e discostarsi troppo dai target fissati prima dell’arrivo del virus.

Dall’altra parte ci sono però forti segnali di allarme. Uno su tutti è quello della Confindustria, secondo cui a fine di quest’anno l’Italia rischia una seconda recessione e il “rischio di nuova caduta”, con il Pil nel quarto trimestre in frenata per la nuova contrazione dei servizi (dal turismo dove si prevedono vicine al 70%, al piccolo commercio, sopraffatto dalle vendite online). Anche quello che in effetti è un segnale positivo sotto il profilo delle aspettative sulla crescita, e cioè il prezzo del greggio, in costante risalita, può influire in modo critico su una struttura produttiva e dei consumi ancora in fase di transizione energetica. Le misure di contenimento della pandemia fanno poi il resto, e seppure in quest’ultimo scorcio dell’anno resteremo lontani dal crollo nel primo e secondo trimestre (-17,8%), dato che molti settori produttivi sono aperti, il forte rimbalzo del terzo trimestre (+16,1%) non basterà a farci recuperare il terreno perduto.

L’ancora di salvezza resta quindi l’Europa, con le risorse del Recovery Fund, che sarebbe irresponsabile sprecare, anche perché difficilmente l’Italia avrà un’altra occasione con tanti soldi da destinare a grandi progetti finalizzati alla crescita. Dunque, se il 2020 è stato un anno sotto molti aspetti da dimenticare, il 2021 si annuncia come l’anno della verità, in cui l’Italia potrà prendere l’onda lunga della ripartenza che interesserà tutte le grandi economie mondiali, oppure piegarsi su se stessa, con l’aggravante di un debito cresciuto a dismisura.

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