Dopo Maradona anche il Banco do Brasil fa gol all’Agenzia delle Entrate

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di Clemente Pistilli

Niente imposte ai brasiliani. Dopo dieci anni di battaglie legali, il “Banco do Brasil Sa”, il principale istituto di credito del Paese sudamericano, ha vinto la battaglia ingaggiata con il Fisco Italiano e dovrà essere risarcito dell’Iva che ha versato. Per l’Agenzia di Attilio Befera addio dunque speranze di fare cassa con i servizi resi alla banca dalla succursale inglese. La vicenda affonda le radici nei rapporti intercorsi tra il “Banco do Brasil” in Gran Bretagna e la succursale italiana. L’istituto fondato nel 1808 dal re Giovanni VI del Portogallo, tra il 2001 e il 2003, stabilì che la succursale inglese avrebbe coordinato le attività di tutte le succursali presenti in Europa e alla succursale milanese vennero addebitati i costi per i servizi informatici centralizzati da parte della casa madre brasiliana. Il “Banco do Brasil” emise le relative autofatture e iniziò a versare l’Iva allo Stato italiano, riportando il debito di imposta nelle dichiarazioni annuali presentate. A un tratto, però, alla luce di quanto andava emergendo nel diritto comunitario, i brasiliani ritennero che le richieste dell’imposta fatte dall’Agenzia delle entrate fossero in contrasto con quanto in materia si stava stabilendo in Europa e la succursale milanese dell’istituto di credito presentò istanza per il rimborso dell’Iva versata.

L’Agenzia delle entrate rimase in silenzio e il “Banco do Brasil” presentò ricorso alla commissione tributaria provinciale di Milano, vedendosi riconoscere le proprie ragioni. L’Ufficio Milano 1 dell’Agenzia impugnò la sentenza e ottenne l’accoglimento dell’appello, nel 2007, dalla commissione tributaria regionale milanese. I brasiliani sembravano destinati a pagare l’imposta e a contribuire così alle finanze italiane. La Cassazione ha però ora riconosciuto le ragioni del “Banco do Brasil”, annullato la sentenza sfavorevole ai brasiliani, disposto il risarcimento dell’Iva che hanno versato e condannato anche l’Agenzia delle entrate a pagare 13mila euro di spese di giudizio. Per gli ermellini “le prestazioni di servizio effettuate da una società avente sede in uno stato dell’Unione europea in favore di una propria struttura secondaria in Italia non sono assoggettabili a Iva”. E lo stesso principio vale anche per una banca che non ha sede nell’Ue ma in Brasile. Come dire, quando c’è da pagare in un modo o nell’altro grandi gruppi, banche e persino Stati esteri la fanno sempre franca. È l’anonimo signor Rossi che invece non ha nessuna possibilità di sfuggire al Fisco.