Il business delle armi comuni sulla tratta Italia-Usa. Boom di vendite per Beretta & co. nei primi mesi del 2016

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Si chiama AR-15. Pochi lo conoscono probabilmente. Basti però dire che stiamo parlando del fucile d’assalto che Omar Mateen ha utilizzato nel massacro al Pulse Gay di Orlando, nel quale sono morte ben 50 persone. Il più devastante e tragico mass shooting che la storia statunitense ricordi. Un’arma militare, si penserà, per compiere una tragedia di tale portata. E invece no. Arma comune, essendo una semi-automatica. Un’arma che si vende anche in Italia e che, verosimilmente, potrebbe essere partita anche dal Belpaese dritta verso gli Stati Uniti. “Lo scorso febbraio – ci dice Giorgio Beretta, dell’Osservatorio Permanente Armi Leggere (Opal) – l’AR-15 era in bella mostra alla Hit Show, la fiera di Vicenza che il suo presidente, Matteo Marzotto, continua a presentare come semplice fiera degli amici della caccia”.

Sarà. Ma c’è poco, molto poco, di venatorio e di sportivo nell’utilizzo di un vero e proprio fucile che ha tutte le sembianze di un’arma militare. “E invece – sottolinea Beretta – alla Fiera di Vincenza non sono proprio ammesse armi di tipo militare. Tanto che agli stand potevano accedere persino i bambini. Che poi, casomai, si facevano anche fotografare insieme a fucili e pistole”. Ma, d’altronde, non c’è da stupirsi, se si considera che a queste Fiere spesso si possono trovare anche fucili a pompa. E, anche in questo caso, nessun problema, risultando armi comuni. Armi che l’Italia vende tranquillamente all’estero. A cominciare dagli Stati Uniti. Anzi, soprattutto agli Stati Uniti.

DATI SCIOCCANTI – Probabilmente gli shooters d’Italia alzeranno il tiro (metaforicamente). Ma i dati non lasciano scanso ad equivoci. Basti prendere i dati che l’Opal ha raccolto nella sua ultima relazione (dati 2014 e 2015) sul commercio e l’esportazione di armi dall’Italia. I numeri, come detto, parlano chiaro. Negli ultimi due anni le aziende italiane hanno venduto rivoltelle e pistole per 107 milioni. E i primi acquirenti sono proprio gli statunitensi che da soli hanno comprato armi per 52 milioni. Quasi il 50%.

Beretta

Non va meglio con i fucili: gli Usa hanno speso 264 milioni per comprare fucili. Da soli, più della metà dell’intera esportazione.

Beretta

Ma non è finita qui. Proprio ieri, infatti, sono stati pubblicati i nuovi dati Istat, da cui emerge un dato non trascurabile: “gli annunci di possibili restrizioni sulle armi da parte dell’ammistrazione Obama – commenta ancora Beretta –  ne stanno paradossalmente incentivando l’acquisto”. Lo confermano le esportazioni dall’Italia di “armi comuni” per quanto riguarda il primo trimestre del 2016. In questo caso i numeri sono a dir poco scioccanti: le esportazioni di “pistole e revolver” dall’Italia agli Usa sono quasi raddoppiate rispetto al primo trimestre del 2015 (da 4.686.527 a 8.248.255), mentre quelle di “fucili e carabine”, tra cui i fucili semiautomatici, sono passate da 29,3 milioni del primo trimestre 2015 a 31,8 del 2016.

CHI CI GUADAGNA? – Ma allora la domanda nasce spontanea: chi è che ci guadagna? “Sempre gli stessi – conclude l’analista dell’Opal – a cominciare dalla Beretta spa”. Anche qui sono i dati a parlar chiaro. Nei primi tre mesi 2016 dalla provincia di Brescia (dove ha sede proprio la Beretta spa) sono state vendute armi e munizioni (qui però – è bene precisare – il dato è aggregato tra armi civili e militari) per 29 milioni. Nella provincia di Urbino (dove ha sede la Benelli spa, che è a sua volta della Beretta spa), armi per 16 milioni. E per quanto riguarda le munizioni? Spadroneggia la Fiocchi Munizioni spa, in provincia di Lecco: altri 13 munizioni. Insomma, pecunia non olet. Mai, purtroppo.

Tw: @CarmineGazzanni