Il capolavoro di Renzi. L’Italicum spazza via tutte le opposizioni. All’inferno la ditta di Bersani, Letta e Cuperlo

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D’accordo, il primo colpo è andato a segno, seguendo perfettamente la traiettoria delineata dal presidente del Consiglio, Matteo  Renzi. Ed è un colpo pesante, di quelli che lasciano una traccia indelebile, dal quale nessuno degli attori in campo potrà prescindere.  Il governo ha  incassato la prima delle tre fiducie poste sul testo dell’Italicum. La prima fiducia riguarda l’articolo 1 della riforma elettorale, asse portante del nuovo sistema di voto, frutto dell’accordo siglato tra Pd e Forza Italia, poi riformulato con l’introduzione di nuove modifiche durante il passaggio al Senato. Su tutte il premio di maggioranza alla lista e non più alla coalizione, particolare “disconosciuto” dal partito di Silvio Berlusconi, a seguito della rottura del patto del Nazareno in occasione del mancato accordo sul nuovo capo dello Stato. E già questo dà la misura di quale sia la strada imboccata da Renzi: o si cambia tutto o si va a casa. E, soprattutto, comunque vada a finire a vincere sarà lui: Matteo Renzi. Vince e incassa se l’Italicum passa. Vince e rilancia se viene bocciato.  Certo, la strategia adottata dal capo del governo ha i suoi rischi, i suoi effetti collaterali, ma questi li vedremo soltanto dopo, a giochi fatti. Perché dopo i voti di fiducia c’è da superare la prova del voto finale a scrutinio segreto, ovvero con il sistema che l’inquilino di Palazzo Chigi teme più di ogni altra cosa. Ma Renzi stavolta vuole tutto, senza fare prigionieri. E il primo passaggio d’Aula, al di là dell’effetto politico, ha delineato anche il quadro dei numeri, che non sono affatto un particolare secondario, dato che riguarda la minoranza del Pd: 38 deputati dem hanno deciso di non partecipare al voto. Tra loro l’ex segretario Pier Luigi Bersani, l’ex premier Enrico Letta, Rosy Bindi, Guglielmo Epifani, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza. “Uno strappo contenuto”, secondo il vicesegretario dem Lorenzo Guerini. “La fine del Pd e della legislatura”, nell’analisi del presidente dei deputati di Forza Italia, Renato Brunetta. I due opposti che non si attraggono più, ma che sono tornati a darsi battaglia. E chissà che in futuro non arrivi sulla scena anche quella cosa di sinistra, figlia della rottura imposta da Renzi. Sarebbe un elemento chiarificatore all’interno del quadro politico nazionale. I numeri, dunque, sorridono decisamente al premier, tanto che la fiducia passa con 352 sì contro 207 no e un astenuto. “La seconda miglior fiducia” ottenuta alla Camera, ha spiegato Guerini. Alla maggioranza, sulla carta a quota 396, mancano 45 voti: 41 del Pd (i 38 ribelli più gli assenti giustificati Genovese, Pistelli e Benamati) e 4 di Area Popolare (le assenze critiche di Nunzia De Girolamo, Angelo Cera e Giuseppe De Mita, e il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in missione). Renzi, però, incassa anche il voto di un dissidente di Sel Toni Matarrelli che ieri sera si è iscritto al gruppo Misto. “Sono soddisfatta, siamo in linea con gli altri voti di fiducia, il maggiore era stato con 354 sì”,  dice il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi. Le decisione di porre la questione di fiducia ha fatto assottigliare il dissenso della minoranza: nel pomeriggio ben 50 componenti di Area Riformista hanno sottoscritto un documento in cui spiegano che voteranno a favore del governo, nonostante i “non voti” di Bersani e Speranza, perché far cadere il governo del Pd “sarebbe una scelta irresponsabile e autolesionista. Che non possiamo condividere”. Tuttavia, c’è chi prevede che il passaggio dell’Italicum, alla fine,  non sarà  affatto indolore.