“Il debito comune ci ha salvati, Meloni è incomprensibile”. Parla il senatore M5S, Lorefice

“Il debito comune ci ha salvati, Meloni è incomprensibile". Parla il senatore del Movimento Cinque Stelle, Lorefice

“Il debito comune ci ha salvati, Meloni è incomprensibile”. Parla il senatore M5S, Lorefice

Giorgia Meloni ha scelto di fare asse con la Germania, con l’obiettivo di sfilacciare l’asse franco-tedesco. Pietro Lorefice, senatore del M5S e segretario di presidenza di Palazzo Madama, l’Italia avrebbe dei vantaggi nel coltivare un asse con Berlino?
“La premier Meloni sta praticamente dando applicazione a una sua personalissima proprietà transitiva: visto che il cancelliere Merz si sta mettendo in braccio agli Stati Uniti, se io mi metto in braccio a Merz ne consegue che mi metto in braccio a Trump, rassicurandolo una volta di più. Questo autoproclamato ‘asse’ Berlino-Roma porta vantaggi solo alla Germania, con l’Italia ridotta a vagoncino. E questo perché l’accordo in questione, se tale può essere definito, si inserisce nella strategia americana di dividere e frammentare l’Ue”.

Peraltro posizioni e interessi di Germania e Italia sono molto lontani, non crede?
“Pur essendo economie integrate, le divergenze al momento sono enormi. La Germania, avendo la metà del nostro debito pubblico e avendoci imposto un paralizzante Patto di stabilità, ha enorme spazio fiscale, che le permette di provvedere da sola alle sue esigenze. La conseguenza? Drammaticamente semplice: Berlino non ha alcun interesse ad avallare gli Eurobond per rilanciare gli investimenti europei; non ha alcun interesse a cancellare un Patto di stabilità per noi esiziale, visto che costringe l’Italia a tagliare negli anni la spesa reale e ad aumentare le tasse; non ha alcun interesse a rendere più consistente il bilancio pluriennale Eu, ancora oggi inchiodato a un misero 1% annuo del Pil europeo; non ha alcun interesse a modificare uno statuto Bce che renda la Banca centrale non solo attenta all’inflazione ma anche e soprattutto alla crescita dell’economia e alla creazione di buoni posti di lavoro. Insomma, Meloni fa asse con un Paese che non vuole nessuna delle soluzioni che servirebbero all’Italia e all’Ue in generale”.

Eurobond. Meloni si dice favorevole ma riconosce che è un tema divisivo, perché, diciamolo, non piace a Berlino. Perché secondo lei l’Europa ne avrebbe bisogno per uscire dalla sacca della scarsa industrializzazione?
”La cosa più comica detta ieri dalla Meloni è proprio questa: sono favorevole agli Eurobond. Bene, allora perché fai asse con il Paese che non li vuole nelle stesse ore in cui Paesi come la Francia e la Spagna invece dicono che sono uno strumento fondamentale? Emettere Eurobond stabili significherebbe ottenere, sotto lo scudo europeo, ingenti risorse per investire massicciamente in innovazione, industria, transizione ecologica, welfare. Significherebbe creare un asset sicuro europeo, appetibile per gli investitori mondiali e in grado di opporsi all’egemonia del dollaro. Il Governo Conte II, nel momento più difficile della pandemia, ebbe il coraggio di opporsi all’offerta di tedesca di contrarre qualche prestito dal Mes, che avrebbe messo il Paese sotto tutela, e di battersi per ottenere la prima grande emissione di Eurobond della storia, che hanno permesso all’Italia di ottenere quei 200 miliardi che ora consentono a Meloni di non sprofondare nella recessione. Oggi viviamo un momento di totale riconfigurazione dei rapporti geopolitici ed economici, che pongono l’Ue e l’Italia davanti a urgenze enormi. La potenza di fuoco di un debito comune sarebbe un passo decisivo”.

Non solo Eurobond. Anche sul buy european Meloni sposa la linea Merz in chiave anti Macron.
“Ripeto, Meloni guarda agli anelli della catena che porta dritta a Washington, sperando di raccattare qualcosa dalla ripartenza economica della Germania. Ma anche ammesso e non concesso che questa opzione avesse qualche chance, l’Italia non avrebbe alcuna possibilità per trarne un vero vantaggio, visto che resterebbe imprigionata nelle maglie paralizzanti dal Patto di Stabilità e di un bilancio pluriennale Ue non all’altezza della situazione. Oggi un Paese come l’Italia, sia guardando a se stesso sia guardando all’Ue, dovrebbe battersi per l’adozione di Eurobond, per la riscrittura radicale di un Patto di stabilità mortifero per gli investimenti, per l’aumento del budget pluriennale europeo e per rendere la Bce una Banca centrale attenta anche alla crescita economia e all’occupazione”.

Ancora un anno nero per la produzione industriale italiana. Il 2025, ha certificato l’Istat, chiude con una flessione dello 0,2%: un segno negativo per il terzo anno consecutivo.
“Dall’Istat è arrivato l’ennesimo colpo per i festanti trombettieri meloniani: produzione industriale 2023 a meno 2,5%; produzione industriale 2024 a meno 3,5%; produzione industriale 2025 a meno 0,2%. Tre anni consecutivi di calo della produzione industriale. È il risultato della più totale assenza di politiche industriali e di investimento, di fallimentari misure per le aziende come l’Ires premiale e Transizione 5.0, la cui ‘nuova’ versione, basata su un meccanismo penalizzante per le piccole imprese come l’iperammortamento, non è nemmeno stata ancora attuata. Siamo stanchi, il Paese è stanco di sentir parlare di Pucci, Vannacci e di immaginifici piani Roma-Berlino. Con questo Governo la crescita dell’Italia è stata azzerata, il Paese è stato rispedito nei bassifondi delle classifiche Ue e mondiali per la crescita stessa, la produzione industriale ha subìto uno dei peggiori colpi che si ricordino e i salari reali degli italiani sono crollati. Qualcuno, tra palazzo Chigi, via XX Settembre e via Veneto, dovrebbe trarne le conclusioni”.