Il Giglio piange il tesoro Concordia

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Di Pierangelo Sapegno per La Stampa

Accanto agli scogli delle Scole adesso sono rimaste le due piattaforme, dove prima c’era quell’enorme ammasso di ferro della Concordia che galleggiava come un mostro davanti al porto del Giglio, e le vedi ferme, così inchiodate sulla superficie del mare, una con le quattro ciminiere rivolte al cielo e l’altra con la gru sospesa nel vuoto.

Ma non vedi la sottile linea di confine che ha diviso la vita, dalle abitudini di un tempo a quello che è rimasto adesso, non puoi vedere, oltre quell’assenza, Fabio Meino quando si siede dietro la cassa del suo locale e dice che «la Concordia mi ha rovinato l’esistenza», e che ha deciso di vendere tutto, «perché fra un anno lascio, basta», mentre davanti a noi passano i suoi camerieri in maglietta nera, con la scritta «Ristorante dal 1956» esibita con una certa fierezza.

Non puoi vedere l’operaio inglese John F. K., con una sorta di tuta dal colore grigio, seduto nel patio dell’Hotel Demo’s che guarda le due piattaforme e dice che lui è arrivato qui da tre mesi, «e ci resterò non so ancora quanto, perché voi avete visto il lavoro sopra il mare, ma quello sotto è molto più lungo e complicato e ci vorranno almeno altri due anni per togliere tutto il materiale. Sarà anche bello qui, però non me ne accorgo». Non ci vogliono radici per amare un posto lontano.

A un mese e poco più dal giorno in cui portarono via la Concordia dagli scogli delle scole, quella sottile linea di confine non la puoi vedere neanche da Castello, da quassù, fra i vicoli sbalzati, chiusi dentro le case medioevali, dove Andrea Serafini ti racconta la vita della famiglia, da quando suo nonno arrivò sull’isola come militare, nel 1918, da Castiglion de’ Pepoli, e non volle più andar via, perché queste terrazze di vigne affacciate sul mare e questo sole che ti guardava dietro la cresta, lo ammaliarono per sempre. Adesso c’è un senso di smarrimento, e chissà se bastano le radici.

Il suo Tabacchi davanti alla fermata dei pullman vende di tutto, ma da due anni, da quando la Concordia ha cambiato il turismo del Giglio, non ha più i giornali, perché quasi tutti quelli che vengono l’hanno già preso prima di sbarcare e scappano la sera, come questa comitiva di signore bresciane che devono fare in fretta lungo le feritoie del Castello, fra le scale e i baschetti, per prendere in tempo il traghetto delle 18. ?Oggi che agosto ha regalato finalmente questo sole, sarebbe bello fermarsi a guardare dai tornanti anche questo cimitero appoggiato sul piano, prima della discesa di pini e cipressi, buttati verso le baie e Campese, là sotto.

Ma non c’è più, questo tempo, ed è come se l’avessero portato via gli anni venuti dopo quella notte, del 13 gennaio del 2012. Dentro questa sottile linea di confine che ha diviso le vite del Giglio, ci stanno anche i numeri, in fondo, perché da allora, nel periodo estivo, fanno sapere dalla Capitaneria di Porto, il calo delle presenze è stato inesorabile, arrivando, nel biennio, a far registrare un – 25%. ?

E quest’anno, dice la ragazza con la maglietta bianca del Punto Informazioni, «le presenze a giugno sono state duemila contro le quasi quattromila del 2013. A luglio, è andata ancora peggio: tremila contro cinquemila».

Alla fine, sono solo dati che confermano «quanto diciamo da tempo», come commenta il sindaco Sergio Ortelli: «La Concordia non ha portato niente di buono alla nostra isola. E stiamo pagando un prezzo fin troppo alto».?Agosto, in un certo senso, sembra raccontare tutto questo, come quando Fabio Meino ti parla di tutta la gente che veniva qui dai tempi di Nerone, seduto dietro quella sottile linea di confine a rammentare le terrazze di vigne piene che non ci sono quasi più, «perché oggi produciamo solo vino per 3.500 bottiglie», e questa conchiglia di porto, così intatta, prima che arrivasse la Concordia, «e noi perdessimo la testa e ci svendessimo».

O la signora Ilva, da Firenze, che ha una casa lassù, dice indicando quel crogiuolo di quinte strette sopra il mare, si mette a ricordare le stagioni felici, come in quella canzone di Giorgio Gaber, quando si prova a tornare nei luoghi «dove tu solo mi hai insegnato ad amare. Ma quasi sempre c’è un prato, che aveva un colore che adesso non ha».