Il governo stringe su Alitalia

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Di Sergio Patti

Il tempo delle trattative è scaduto, ma a poche ore dalla deadline fissata da Etihad per chiudere la trattativa con Alitalia mancano ancora alcuni tasselli. La prova provata che questo Paese così barocco nei suoi iter decisionali non è all’altezza di prendere posizioni in tempi accettabili. Anche quando sono in ballo migliaia di posti di lavoro e la sopravvivenza di aziende importanti come la nostra ex compagnia di bandiera. ieri così abbiamo assistito all’ennesimo minuetto, con il vertice a Palazzo Chigi tra governo, azionisti, banche e Poste. Proprio quest’ultima, ha giocato un ruolo incomprensibile agli arabi e non solo.

L’autogol
Dopo aver messo 75 milioni nel precedente aumento di capitale del vettore italiano, il nuovo amministratore delegato Francesco Caio ha rischiato di far saltere l’intera trattativa impuntandosi sulla partecipazione all’ultimo aumento di capitale. Alla fine ha ottenuto di versare la quota di competenza non nella vecchia Cai-Alitalia, ma in un nuovo veicolo finanziario. Una vittoria di Pirro, scriveva già ieri La Notizia, perchè le banche alla fine hanno dato il loro assenso ma la quota di Poste è salita da 40 a 65 e forse anche a 70 milioni. Complessivamente, dunque, Poste metterà con i due aumenti di capitale tra 140 e 145 milioni di euro. Un terzo di quanto martedì scorso Caio ha chiesto di ottenere in più dallo Stato a copertura degli oneri del servizio postale universale.

Il sì delle banche
Al vertice di ieri hanno partecipato per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, e il capo della segreteria tecnica del Mef, Fabrizio Pagani; per Alitalia l’Ad Gabriele del Torchio e il presidente Roberto Colaninno; per Poste Italiane l’Ad Francesco Caio e per Atlantia (società dei Benetton che ha il 7,4% del vettore) il capo delle finanze, Giancarlo Guenzi. Presenti in collegamento telefonico l’Ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, e il consigliere delegato di iIntesa Sanpaolo, Carlo Messina. “Tutto bene”, ha affermato all’uscita da Palazzo Chigi il ministro Lupi. Ma come si fa a giudicare “bene” una trattativa che ha fatto fare proprio al governo una figura quantomeno imbarazzante? Per gli arabi vedere le Poste (di proprietà del Tesoro) che mettevano a rischio un dossier sostenuto dallo stesso Governo è incomprensibile. E non solo per loro. alla fine della riunione, dove però non c’erano i sindacati che continuano a non voler firmare la riduzione del costo del lavoro – altra questione dirimente per la fiirma dell’intesa con Etihad – la presidenza del Consiglio ha spiegato in un comunicato che “si è trattato di un incontro proficuo, che consentirà in brevissimo tempo alla compagnia italiana di formulare una risposta all’ultima lettera di Etihad, in modo da giungere al più presto ad un esito positivo”.

Vittoria di Pirro
Da parte di Poste è filtrata soddisfazione: “Il governo ha condiviso la nostra posizione”, hanno detto fonti vicine alla vicenda. Intanto però Poste dovrà fare un altro sforzo – esattamente quello che Caio non voleva fare – mettendo più risorse per alzare l’aumento di capitale di Alitalia da 250 a 300 milioni e dotare la compagnia di una dotazione di cassa minima per concludere le nozze con il vettore di Abu Dhabi.

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