Il grande bluff dei ristori di Draghi. Degli 1,6 miliardi stanziati uno e mezzo l’aveva messo Conte. Gioco delle tre carte del Governo sul decreto Sostegni ter. Per le aziende pochi fondi, in ritardo e pure riciclati

Il grande bluff. Da Draghi 1,6 miliardi di ristori. Ma 1,5 sono quelli di Conte
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Un passaggio di denaro da una tasca all’altra, senza nemmeno un euro aggiuntivo. Almeno per il 2022. Questo è il decreto Sostegni ter, finanziato di fatto con i fondi del precedente decreto, il Sostegni bis. E che, in una matrioska legislativa, aveva già attinto gran parte degli stanziamenti del primo decreto Sostegni, varato dal governo Draghi nel marzo 2021 (leggi l’articolo).

ABRACADABRA. Un pacchetto di interventi che era l’eredità di quanto predisposto dal Conte bis con l’ultimo dl Ristori. Solo che il testo, già pronto per inizio gennaio dello scorso anno, fu rinviato per la crisi innescata da Matteo Renzi. Così l’esecutivo dei Migliori ha licenziato un testo che destina appena un miliardo e 600 milioni, in riferimento all’anno in corso, per dare un supporto ai settori colpiti dalla crisi economica aggravata dalla pandemia.

Il provvedimento, che sarà esaminato prima dal Senato e poi dalla Camera, assomiglia a una beffa. E non rappresenta certo una spinta, a chi ogni giorno è alle prese con i bilanci aziendali da far quadrare. Come se non bastasse è arrivata una stretta sulla cessione del credito per il Superbonus (leggi pezzo a pagina 5). Un passaggio che non è piaciuto al Movimento 5 Stelle. “Presenteremo emendamenti per venire incontro alle istanze delle associazioni di impresa, puntando in primis a recuperare la cedibilità multipla dei crediti d’imposta almeno tra operatori finanziari, quelli soggetti a puntuali controlli”, ha spiegato il senatore M5S, Vincenzo Presutto.

Come se non bastassero gli interventi restrittivi sul Superbonus, a conti fatti, il Sostegni ter impiega una cifra residuale, reperita da altri decreti. Soldi mai utilizzati del tutto, perché erano stati inseriti talmente troppi paletti. Alla fine molte aziende non hanno potuto fare richiesta o comunque hanno ricevuto somme limitate, lasciando in cassa un’ampia disponibilità allo Stato. Da Palazzo Chigi non c’è stato alcuno sforzo ulteriore per garantire la liquidità attesa, alle imprese.

Il provvedimento è un maquillage, una sorta di gioco delle tre carte, in nome della narrazione che è finito il tempo dei sussidi. Con buona pace delle categorie produttive che chiedevano un intervento sostanzioso. “Ci sono interi settori, che ormai da mesi vedono praticamente azzerato il loro fatturato”, spiega a La Notizia la presidente del Colap (Coordinamento libere associazioni professionali), Emiliana Alessandrucci. Così è stata partorita “una misura che non tiene conto dell’indotto che ruota intorno ai settori direttamente colpiti, migliaia di professionisti che, seppur tecnicamente aperti, nella pratica sono impossibilitati a lavorare”, insiste Alessandrucci. “In molti casi – conclude la numero uno del coordinamento – il decreto mira a colmare le perdite relative ad attività previste ma mai fatturate a causa delle restrizioni”.

Ecco nel dettaglio cosa ha previsto il governo: un miliardo e mezzo di euro è stato ‘ripreso’ dalla precedente misura. Mentre altri 100 milioni di euro dal fondo sono stati prelevati dalla Legge di Bilancio, alla voce che prevedeva ristori agli operatori economici nei comportanti del turismo, dello spettacolo e dell’automobile. La copertura finanziaria del decreto rivela la strategia del governo. Viene riportato, negli appositi commi del decreto, che i fondi sono “già nella disponibilità della contabilità speciale 1778 intestata all’Agenzia delle entrate che, a tal fine, provvede ad effettuare il corrispondente versamento all’entrata del bilancio dello Stato”.

E qui c’è anche il rimando agli articoli di legge (del precedente decreto) che stabilivano “un contributo a fondo perduto a favore di tutti i soggetti che svolgono attività d’impresa, arte o professione o che producono reddito agrario, titolari di partita Iva”. La dotazione complessiva ammontava a 4 miliardi di euro, di cui 3 miliardi e 150 milioni erano stati, a loro volta, ricavati dal precedente decreto Sostegni.

Ma per quale motivo delle risorse così preziose non sono state impiegate? Per informazioni citofonare al ministero dell’Economia e delle finanze, che aveva stabilito rigorosi criteri in materia di indennizzi. Tra i tanti figurava, per fare un esempio, il tetto di 150mila euro per ogni impresa. La tecnica di stanziare soldi per fare in modo di non darli.