Il ministro di Atene è un dilettante. L’Ue passa agli insulti. La Grecia vicinissima al fallimento. E in Eurolandia volano gli stracci

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L’Europa delle banche che ha affamato milioni di persone non era mai arrivata fino a tanto: offendere e insultare il governo di un Paese membro. Una novità assoluta che apre una voragine sotto i piedi della Grecia, a questo punto ormai lanciata verso l’uscita dall’Unione e dall’Euro. Lo strappo al linguaggio paludato della diplomazia è arrivato ieri, al centro dell’ennesimo stallo nelle trattative sulla concessione di un po’ di tempo e di credito ad Atene. Su questo punto i capi di Stato e i vertici della Comunità si sono spesi in promesse e rassicurazioni, ma poi al dunque il governo di Alexis Tsipras è lasciato sempre fuori dalla porta e col cappello in mano. L’Eurogruppo – cioè i ministri finanziari europei – dovrebbero vergognarsi per questo. E invece – come si usa quando gli argomenti buoni sono terminati e restano solo quelli cattivi – la si è buttata sugli insulti personali al ministro della Finanze Yanis Varoufakis che secondo una ricostruzione di Bloomberg sarebbe stato definito da alcuni suoi colleghi come un perditempo, un giocatore d’azzardo e, peggio, un dilettante. Epiteti dovuti al modo in cui Varoufakis sta portando avanti le trattative con i creditori internazionali.

SENZA SOLIDARIETÀ
La verità è che l’accordo per salvare Atene è lontanissimo, mentre il tempo stringe e ormai nelle casse del governo greco non ci sono più nemmeno i soldi per pagare gli stipendi e le pensioni di questo mese. mentre l’Europa ha cominciato (troppo tardivamente) a stampare moneta e sta pompando nel sistema una media di 60 miliardi di euro al mese, non si trovano 7 miseri miliardi per evitare il fallimento di uno Stato. Se l’Europa che sognavano Adenauer, De Gasperi, Monnet e Spinelli è questa, è una fortuna che non possano svegliarsi e vedere che schifezza è venuta fuori.

FIATO SUL COLLO
“Il tempo sta finendo, la velocità adesso è essenziale”, ha detto ieri il numero uno della Banca centrale europea Mario Draghi. Chissà come mai non aveva la stessa fretta prima di far partire il piano di quantitative easing (l’immissione di liquidità monetaria) con solo cinque anni di ritardo rispetto alla Federal Reserve (la banca centrale Usa). Il risultato è che gli Stati Uniti dove era nata la grande crisi finanziaria dei mutui subprime è da cinque anni in crescita e l’Europa che quella crisi finanziaria l’ha solo subita è da cinque anni sostanzialmente in crisi, con l’eccezione ovviamente della Germania che ha imposto le sue condizioni pure alla Bce. Una camicia di forza che Draghi avrebbe potuto togliersi, visto che i trattati affidano la massima autonomia alla banca di Francoforte. Draghi invece quella camicia di forza se l’è tenuta e aver dato un po’ di ossigeno solo quando anche la Germania ne ha iniziato ad aver bisogno non ne fa certo quel gigante che ci descrive la grande stampa miope o amica del sistema. L’Europa unita si prepara così a perdere il primo dei Paesi fondatori. E se la rottura non è ancora consumata (il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha ricordato che “Aprile non è finito”) resta lo stallo assoluto nella trattativa per evitare il default. Le posizioni sono infatti troppo distanti e non è certo definendo un dilettante il ministro chiamato da un premier eletto a furor di popolo che si fanno passi avanti. A meno che non li si voglia fare indietro.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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