Il posto di lavoro si trova ma a termine. Così dilaga la precarietà. Record a dicembre scorso di contratti “a tempo”. Mancano 286mila occupati rispetto all’era pre-Covid

Il posto di lavoro si trova ma a termine. Così dilaga la precarietà Andrea Orlando
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Non è un caso che i sindacati siano gli unici, rispetto alla gragnuola di dichiarazioni positive espresse da diversi esponenti politici, a non esultare per i dati Istat sugli occupati e i disoccupati relativamente all’ultimo mese dello scorso anno. A dicembre 2021, rispetto al mese precedente, si registra una sostanziale stabilità degli occupati, mentre nel confronto con dicembre 2020 il numero risulta superiore del 2,4%, pari +540mila unità. Il tasso di occupazione è stabile al 59,0%, comunica l’Istituto nazionale di statistica.

I VERI NUMERI. Ma i dati confermano sostanzialmente una verità che si va consolidando: a trainare la crescita occupazionale è soprattutto il lavoro precario. Su 540mila unità registrate di nuovi occupati +434mila (+16,4%) sono dipendenti a termine. L’altra verità è che continuano a mancare all’appello 286 mila posti di lavoro rispetto ai livelli pre- Covid. Rimanendo ai dati assoluti, infatti, gli occupati in base alla serie aggiornata erano a dicembre 22,746 milioni contro i 23,032 di febbraio 2020.

Di meno anche i disoccupati (2,2 milioni contro 2,4 milioni) perché molti tra coloro che non hanno un posto si sono “trasferiti” tra gli inattivi, cioè coloro che hanno smesso di cercare perché scoraggiati dalla situazione del mercato. Le imprese non si sentono ancora “sicure” e tendono a preferire i contratti a termine, quelli precari, che costano meno. E che nell’ultimo mese del 2021 hanno raggiunto quota 3,077 milioni: non solo non erano così tanti da giugno 2019, ma si tratta di un livello che storicamente è stato superato solo una volta e solo per un mese, nel maggio 2018.

A dicembre aumentano gli occupati tra le donne e l’occupazione femminile sale al 50,5%: il rialzo è di 54mila occupate (+0,6%) rispetto a novembre e di 377mila (+4,1%) rispetto a dicembre 2020. Emerge invece un calo per gli uomini di 52mila occupati (-0,4%) su base mensile ed un aumento di 163mila (+1,3%) su base annua.

STABILITA’. Il lieve calo dell’occupazione neI mese di novembre e la sostanziale stabilità registrata a dicembre – commenta l’Istat – rallentano la crescita dell’occupazione osservata a partire dal mese di febbraio 2021 (con l’unica eccezione del mese di agosto). Rispetto a gennaio, infatti, il numero di occupati è cresciuto di oltre 650 mila unità e il tasso di occupazione è più elevato di 2,2 punti percentuali. Rispetto al periodo pre-pandemia (febbraio 2020), il tasso di occupazione è tornato allo stesso livello (59,0%) mentre il tasso di disoccupazione, al 9,0%, è ancora inferiore di 0,6 punti e quello di inattività è salito dal 34,6% al 35,1%.

TANTE OMBRE. I sindacati, si diceva, rimangono sull’attenti. “Un quadro ancora preoccupante quello che emerge dai dati Istat. Siamo ancora indietro nell’azione di pieno recupero occupazionale rispetto al pre-Covid e avanziamo soprattutto nelle fasce più fragili del lavoro a termine”, dichiara il segretario generale della Cisl. Secondo Luigi Sbarra “che la ripresa economica si traduca, nelle prime fasi, in occupazione a tempo determinato è in parte fisiologico, ma bisogna evitare che questo andamento degeneri e si trasformi in precarietà strutturale”. Ugualmente preoccupato il numero uno della Uil.

“Purtroppo la qualità del lavoro non migliora, l’80% dei contratti è a tempo determinato. C’è una ripresa che però provoca ancora un sistema di lavoro non accettabile per i giovani”, dice Pierpaolo Bombardieri. Che una sua proposta ce l’ha. “Visto che si è parlato di patto, abbiamo proposto di ripercorrere l’esperienza spagnola dove imprese, sindacati e Governo hanno deciso di abolire i contratti a tempo determinato. Possono essere utilizzati solo in caso di sostituzione o picchi produttivi”. E ancora. L’emorragia degli autonomi non si arresta, denuncia Confesercenti commentando i dati Istat.

“Dopo il crollo di 286mila unità nel 2020 (-72mila nel 2019), lo scorso anno si sono persi altri 50mila posti di lavoro. Uno stillicidio – conclude Confesercenti – che si sta abbattendo sul sistema delle piccole imprese italiane, duramente provate dalla pandemia, e che rappresenta la cartina di tornasole dei limiti della ripresa in corso”. Dice la sua sulla fragilità del mercato anche il ministro del Lavoro, Andrea Orlando: “Serve una battaglia per ridurre la precarietà perché non è possibile scaricare su una generazione di giovani e di donne il peso di un sistema”.