Il Punto di Mauro Masi. Diritto all’oblio, grazie alla Corte di Giustizia europea il web diventa più civilizzato e responsabile. Ma c’è ancora molto da fare

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Che ne è del “diritto all’oblio”? Come noto il 13 maggio 2014 la Corte di Giustizia europea ha stabilito che i cittadini UE hanno diritto di richiedere ai motori di ricerca (quindi essenzialmente a Google) la rimozione di informazioni associate al proprio nome quando queste siano “inadeguate, irrilevanti, non pertinenti o non più pertinenti”. Qualora il motore non ottemperi, l’interessato può adire le competenti autorità nazionali che valutano la fattispecie e, se del caso, possono imporre al motore di ricerca la soppressione del link. Le autorità nazionali, scrive la Corte, dovranno bilanciare il diritto alla protezione dei dati personali con l’interesse generale ad una corretta e completa informazione. Google, dopo aver criticato duramente e tentato di opporsi alla sentenza, ha poi deciso di ottemperare e di farlo in via immediata mettendo a disposizione dei cittadini europei un modulo on-line attraverso il quale richiedere la rimozione dei contenuti rientranti nel “diritto all’oblio”. Big G ha inoltre deciso di valutare caso per caso e con estrema puntualità tutte le richieste arrivate (una sola richiesta può fare riferimento alla cancellazione di una pluralità di links) e di dotarsi a tal fine di una specifica struttura tecnica e di indirizzo (un Advisory Board di consulenti esterni che affianca il Ceo Schimdt). A quanto è dato sapere, al 1 gennaio 2016, Google ha ricevuto 333.450 richieste e ognuna di queste aveva in media 3,4 pagine da valutare per cui Big G ha vagliato 931.223 pagine Web. Il risultato è stato la rimozione del 41,9% dei links e quindi il mantenimento nel 58,1% dei casi. Dall’Italia Google ha ricevuto 25.118 richieste per 82.603 pagine Web da valutare, di queste ne sono state cancellate solo il 29,5%, molto al di sotto della media europea (e questo è già di per sé un elemento su cui riflettere). Al di là di queste cifre, sicuramente importanti, emergono tuttavia almeno due grandi problematiche. La prima è di natura giuridica: la sentenza della Corte lascia un ampio spazio di interpretazione (quando, ad esempio, una notizia è “irrilevante”?); uno spazio che nell’impostazione originaria la Corte stessa sembrava riservare alle varie autorità nazionali. Nella prassi di questi mesi però lo spazio interpretativo è stato occupato solo da Google che è diventato l’arbitro (con propri criteri non necessariamente noti al pubblico) del bilanciamento tra diritto alla privacy e libertà di espressione. La seconda problematica è di natura tecnica: il diritto all’oblio non esiste negli Stati Uniti e fuori dalla UE e Google vaglia solo le richieste relative alle proprie estensioni europee per cui un contenuto rimosso ad esempio da google.it o da google.uk può essere comunque raggiungibile da google.com. Inoltre, anche nei casi accolti, il contenuto non viene eliminato ma viene deindicizzato che è cosa molto diversa (e cioè sparisce il riferimento nel motore di ricerca ma la pagina continua ad esistere nel suo sito d’origine). Insomma la storica sentenza della Corte di Giustizia UE è una grande conquista per ottenere un Web più “civilizzato e responsabile” ma la strada da fare è ancora molto lunga.