Il razzismo non si combatte chiudendo gli stadi

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di Marco Castoro

Il razzismo è una cosa seria. Non si manifesta con un buu allo stadio e non si combatte chiudendo gli stadi a tutti. Il razzismo si combatte con la cultura e l’educazione. Il buu nello stadio a Balotelli, al quale tutte le tifoserie canticchiano una canzoncina indegna, non è perché il colore della sua pelle è nero. Il calciatore viene preso di mira per il suo comportamento contro gli avversari. Troppo spesso non proprio esemplare. I tifosi avversari vengono apostrofati e insultati perché lo stadio è frequentato da maleducati. Anche chi nella vita di tutti i giorni non lo è, sugli spalti lo diventa. Così come l’arbitro viene sempre preso di mira, fin dai campi di periferia sui quali giocano i ragazzi. Siamo un popolo di maleducati, più che di bamboccioni e o di choosy. Chi si esprime con il buu va individuato e punito. Siamo tutti d’accordo. Ma va punito lui (o loro se viene spalleggiato) e non tutti. Certo se i vicini di posti riuscissero a farli individuare non sarebbe male. Ma nessuno può chiedere alla gente di rischiare le botte. Dovrebbe toccare agli steward provvedere all’opera. Andrebbero potenziati i servizi d’ordine tra gli spalti, con lo stesso rigore con il quale si è voluta a tutti i costi la tessera del tifoso. Ci sono anche i mezzi tecnici per farlo. Perché non utilizzare le telecamere a circuito chiuso? Per superare il problema si può fare molto di più che chiudere gli stadi e ammazzare lentamente lo spettacolo calcio.