Il regalo della Cgil ai fondi esteri dell’energia

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di Carola Olmi

I lavoratori italiani? Meglio difendere produttori cinesi e Hedge Fund finanziari esteri. C’è dell’incredibile nell’ultima battaglia della Cgil. Il terreno di scontro è incomprensibile ai non addetti ai lavori. Ma dietro la definizione di capacity payment ballano 200 milioni di euro: lo sforzo che lo Stato chiede ai produttori per garantire al sistema elettrico di essere sicuro, e dunque capace di produrre la quantità di energia necessaria per non lasciare al buio il Paese. Questa somma dovrebbe essere pagata sia dai produttori di energia da fonti rinnovabili (solare, eolico, ecc.), sia dai gruppi che producono anche da fonti tradizionali (olio, gas e carbone). I produttori da fonti rinnovabili, con la sponda della Cgil, vogliono però farla franca.

Previsioni sbagliate
La quantità di energia da produrre in Italia stimata dal Grtn ha imposto negli anni una serie di costosi investimenti in centrali termoelettriche. Impianti che oggi sono in parte chiusi perché le previsioni del regolatore non potevano tener conto della crisi di questi anni e del calo complessivo dei consumi elettrici. Basti pensare che nel 2012 la richiesta elettrica nazionale è scesa del 2% e nel periodo gennaio-settembre 2013 si è ridotta di un altro 3,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Un crollo dei consumi che sta mettendo in grande difficoltà i produttori. Sorgenia, per fare un esempio, è stata costretta a svalutare 170 milioni e il suo piano di sviluppo è in grande difficoltà. in questo quadro, il governo ha trovato come soluzione quella di far pagare anche al settore delle rinnovabili, e non solo alle fonti tradizionali, il costo per equilibrare e rendere sicuro l’intero sistema elettrico. Sul conto da pagare, 200 milioni, i produttori di energia rinnovabile hanno alzato una barricata, spalleggiati dalla Fiom-Cgil, la categoria guidata da Maurizio Landini. In una nota inviata al governo, in cui si chiede di esonerare i produttori da fonti alternative dal pagare la loro quota del capacity payment, il sindacato sostiene che un tale contributo accentuerebbe la crisi del settore. Un comparto che in realtà percepisce ogni anno contributi pubblici per 12 miliardi, senza contare altri 1,5 miliardi di guadagno dall’energia venduta. Ora, chi c’è dietro questi grandi produttori di energia rinnovabile? Nel solare sono centinaia le aziende, anche minuscole, che hanno fatto affari d’oro con la vendita dei pannelli (in gran parte di produzione estera e specialmente cinese). Pannelli e impianti che per le grandi produzioni si trovano all’interno di parchi acquistati da fondi speculativi stranieri.

Viva la Germania
Ciò nonostante, per il sindacato questi soggetti vanno esentati dal pagare ogni cifra, in nome di un generico spirito ambientale, e per questo è stato presentato un emendamento alla Legge di stabilità che ha spinto ieri Assoelettrica a spiegare al governo le esatte ricadute del capacity payment sul sistema. Dietro le quinte però è in corso uno scontro politico. Il Ministro Orlando si è già detto contrario all’emendamento, così come Realacci e Silvestrini. Ma la Cgil non molla. Per Maurizio Marcelli, responsabile nazionale Fiom-Cgil per il settore delle energie rinnovabili, va respinto con fermezza il proposito di sovvenzionare le centrali elettriche a olio combustibile, a metano o a carbone, che sono ferme o che operano con una forte riduzione della loro capacità. Il Governo con questo provvedimento – denuncia Marcelli – si assume “la gravissima responsabilità di adottare misure che penalizzano la produzione di elettricità da fonti energetiche rinnovabili, a differenza delle decisioni degli altri governi europei, a cominciare dalla Germania”. Che poi un tale provvedimento aiuti più le imprese e i lavoratori esteri che i produttori italiani, alla Cgil evidentemente interessa meno.