Il Senato assume (e spende) ancora. Nuovo concorso per trenta commessi. Dopo i coadiutori tocca agli assistenti parlamentari. Stipendio 32mila euro, ma si arriva a 81mila dopo 24 anni

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Pronti? Via. In Senato è scoccata l’ora dei nuovi commessi. Pardon, degli “assistenti parlamentari”: cioè coloro che “garantiscono e presidiano l’apertura dei Palazzi, provvedono al controllo delle portinerie e all’accoglienza dei visitatori”, fanno da cicerone durante le visite guidate, svolgono “un ruolo di vigilanza e sicurezza” e talora impediscono ai senatori di fare a botte durante le sedute più esagitate dell’assemblea. In servizio a Palazzo Madama ce ne sono già 163. Ma, a causa del blocco del turn over, il loro numero – in cui rientrano anche i cuochi e i camerieri in servizio a palazzo Giustiniani, nell’alloggio di rappresentanza della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati – è largamente al di sotto della bisogna.

Il 14 gennaio, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del nuovo bando di concorso firmato dalla Casellati, è così ufficialmente partita l’operazione di reclutamento. Trenta i posti previsti. Età massima di ammissione: 35 anni. Quanto ai requisiti culturali non sono certo proibitivi: basta avere la licenza media e un voto minimo di 8/10 per candidarsi a un posto più che sicuro e uno stipendio non certo disprezzabile: 32.189 euro la retribuzione lorda all’ingresso, che sale a 47.805 euro dopo 12 anni e a quota 81.638 dopo 24. La scadenza è per il giorno di San Valentino, 14 febbraio, alle ore 18. E ovviamente ci si aspettano migliaia di domande. Già a settembre, quando la Camera ha varato in rapida successione tre concorsi per 41 posti da consigliere parlamentare (65mila euro lo stipendio iniziale, 361mila a fine carriera) le candidature sono state quasi 17mila. Poi è arrivato il Senato, lanciando in ottobre il reclutamento di 60 coadiutori parlamentari (da 37mila a 97mila euro dopo 24 anni di servizio): duemila domande solo nelle prime 24 ore.

Numeri più contenuti e selezione molto più discrezionale, infine, per l’ultima posizione in palio in questi giorni: quella di capo dell’ufficio stampa e responsabile della comunicazione alla Camera. Durata biennale, contratto rinnovabile, lo stipendio non è stato reso noto ma sicuramente non sarà inferiore allo standard degli ultimi anni, circa 170 mila euro lordi l’anno (6.500 netti al mese). Eppure, per candidarsi al ruolo finora ricoperto da Stefano Menichini, ex direttore del quotidiano della Margherita Europa (e prima di lui da Anna Masera, giornalista della Stampa esperta di tecnologia e autrice della riforma social della comunicazione di Laura Boldrini; da Giuseppe Leone, ex Secolo d’Italia e Asca, voluto da Gianfranco Fini; da Piervincenzo Porcacchia, uomo Rai e fedelissimo di Pierferdinando Casini, oggi presidente emerito della scuola di giornalismo di Perugia), finora sono arrivate poche domande.

Forse perché l’annuncio è stato dato quasi alla chetichella due giorni prima di Natale? In ogni caso i tempi sono stretti: la “manifestazione di interesse” deve arrivare alla Camera entro le ore 12 del 31 gennaio, E il Comitato per la comunicazione, guidato da Mara Carfagna, deve sottoporre a Roberto Fico la rosa dei meglio candidati in tempi brevissimi, visto che il cambio della guardia è fissato al 21 febbraio. I requisiti? L’appartenenza all’ordine dei giornalisti, ovviamente, e l’aver lavorato presso testate (anche radiotelevisive o online) e uffici stampa di rilievo nazionale. Indispensabile la “conoscenza dei new media e dei social media” e la presentazione di “un’ipotesi di progetto su possibili linee di sviluppo della comunicazione istituzionale della Camera”. E, c’è chi maligna (anche se questo il bando non lo dice), pure buoni rapporti con il dominus della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino.