Pene durissime per Ilva. E all’acciaieria dei veleni Calenda aveva dato lo scudo penale

Ilva Calenda
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Da un lato c’è quello che per i pm è un mostro che ha seminato morte per decenni, dall’altra la politica che in più riprese ha cercato di mettere toppe grossolane al problema di Taranto. Riavvolgendo il nastro del tempo sono stati ben 9 i decreti Salva-Ilva, varati in appena 5 anni dai diversi governi per evitare lo stop alle attività, e che c’era addirittura chi voleva mettere al riparo dai processi sia i commissari giudiziari che i successivi acquirenti dell’impianto.

Pene durissime per Ilva. E all’acciaieria dei veleni Calenda aveva dato lo scudo penale

Si tratta della vicenda, fatta di virate e controvirate, sul cosiddetto scudo penale che ha avuto inizio con il decreto del 2015 voluto dall’allora premier Matteo Renzi. Un provvedimento introdotto dall’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ha scatenato l’ira di M5S, e che è stato presentato in pompa magna dall’allora capo del Governo con parole al miele: “Questa città bella e disperata è il punto di partenza del nostro anno. Salvataggio di Ilva insieme al salvataggio dei tarantini e dei loro figli”. Peccato che il decreto più che ai cittadini sembrava interessarsi alle questioni legali.

Nel testo, infatti, si prevedeva che le condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale imposto all’ex Ilva non potessero dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati. Una mossa che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a evitare che i nuovi proprietari dell’impianto potessero incorrere in procedimenti penali nell’attuare il piano di risanamento e, soprattutto, per liberarli dal dover rispondere di responsabilità precedenti il loro arrivo.

Tutto cambia con l’avvento del governo gialloverde di Lega e M5S che ad aprile 2019 limita fortemente l’immunità penale con una norma ad hoc contenuta nel decreto Crescita. Con quel testo il primo governo di Giuseppe Conte, su forte impulso dell’allora vicepremier Luigi Di Maio, “limita dal punto di vista oggettivo l’esonero da responsabilità alle attività di esecuzione del cosiddetto piano ambientale, escludendo l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro” e “individua nel 6 settembre 2019 il termine ultimo di applicazione dell’esonero da responsabilità”.

A Taranto l’impunità è stata garantita da tutti i partiti. Solo il Movimento 5 Stelle ha sempre detto No.

Tutto risolto? Nient’affatto. A quel punto a fare la voce grossa è stata ArcelorMittal che, rilevato l’impianto, minacciava di andarsene in assenza di un’adeguata protezione penale. Tanto basta alla Lega per chiedere di rivedere la questione, con lo scudo penale che viene reintrodotto nel decreto Salva imprese ma che non vedrà mai la luce perché, dopo l’ennesima battaglia dei 5 Stelle, la norma viene definitivamente stralciata. Ma di arrendersi Matteo Salvini non ne voleva sapere e a seguito della caduta del governo telecomandata dal Papetee, invade le televisioni per tornare sull’argomento.

Come quando nell’intervista a La7 del 12 novembre 2019 spiegava che “noi combattemmo coi 5 Stelle e infatti lo scudo fu reintrodotto” salvo poi essere nuovamente cancellato dal Conte II. In quell’occasione, a togliere ogni dubbio sulla sua posizione, Salvini raccontava: “Faccio un appello a chi c’è al Governo in questo momento: salvate l’Ilva. Tornate indietro, rimettete quel provvedimento (il cosiddetto scudo penale, ndr) altrimenti nessuno verrà più a investire in Italia”. Polemiche che vengono riprese anche da Calenda che se la prende con il Conte II affermando che non avrebbe “mai votato per l’abolizione dello scudo penale che Renzi ha messo sull’Ilva creando un disastro di proporzioni gigantesche” e sferzando il leader di Italia Viva autore di una giravolta.

Ma Renzi smentisce tutti, anche sé stesso, e a fine 2019 in una sua e-news, commentando la minaccia di Arcelor Mittal di mollare l’impianto, dicendo di voler togliere ogni alibi e quindi che si può “agevolmente recuperare la questione dello scudo penale anche con un emendamento al decreto fiscale”. Quel che è certo, è che il destino dell’azienda è stato sempre a cuore della politica. Il primo decreto Salva-Ilva risale al 2010 con il governo di Silvio Berlusconi che innalza i limiti di emissione dell’impianto. Con il sequestro della struttura da parte dei pm, nel 2012, il ministro dell’ambiente Corrado Clini del governo Monti ferma per decreto l’azione dei magistrati consentendo all’Ilva di produrre indisturbata per i successivi 36 mesi. Ne seguono altri 7 decreti con cui i vari governi hanno provato a salvare l’azienda senza, in realtà, mai riuscirci.